La crisi climatica è anche una questione di genere

Se è vero che il cambiamento climatico di per sé non fa distinzioni, è altrettanto vero che, amplificando le disuguaglianze preesistenti, gli effetti sui gruppi sociali colpiti non sono tutti uguali e le disparità di genere rendono le donne più vulnerabili degli uomini. Il rapporto Tacking Stock: Sexual and Reproductive Health and Right in Climate Commitments pubblicato da UNFA (Fondo dell’ONU per la Popolazione) è il primo a esaminare l’impatto della crisi climatica sulla salute sessuale e riproduttiva delle donne. Dal report emerge ad esempio che l’aumento delle temperature è collegato a una salute peggiore, a partire dalla malnutrizione, e a complicanze durante la gravidanza come il diabete gestazionale. Il caldo estremo inoltre è associato a un incremento dei parti prematuri e dei nati morti. Nell’Africa orientale e meridionale i cicloni tropicali danneggiano le strutture sanitarie interrompendo l’accesso delle donne ai servizi sanitari materni e contribuendo a diffondere malattie trasmesse dall’acqua come il colera. E ancora, gli uragani e la siccità aumentano i rischi di violenza di genere e matrimoni precoci poiché le famiglie sottoposte a uno stress finanziario dai danni dei disastri climatici, come raccolti rovinati, bestiame ucciso, proprietà danneggiate, non sono più in grado di sostenere le figlie che vengono date in spose per ridurre i costi del sostentamento famigliare.
Nel mondo le donne rappresentano circa il 43% della forza lavoro in agricoltura e in contesti climatici estremi sono esposte più degli uomini all’insicurezza alimentare, oltre a dipendere maggiormente dalle risorse naturali per il sostentamento della comunità, a partire dall’approvvigionamento idrico. La mancanza di risorse, a sua volta, è una delle cause delle migrazioni climatiche: pur in assenza di una definizione internazionale di “migrante climatico” perché è più facile pensare che dietro le motivazioni personali di chi migra ci sia il desiderio di una vita migliore piuttosto che il cambiamento climatico, circa l’80% dei migranti climatici sono donne.
La crisi climatica è anche un problema di giustizia e se si vogliono trovare delle soluzioni non è possibile ignorare le questioni di genere.
Merita però ricordare che in tutto il mondo ci sono esempi che dimostrano come quando a prendere parola e iniziativa sul cambiamento climatico sono le donne a trarne beneficio è l’intera comunità. Qualche esempio:
- Il Solar Sahelis in India educa le donne alla vendita e alla manutenzione di apparecchi a energia rinnovabile a prezzi accessibili per le comunità rurali. Questo non solo migliora la sicurezza, la salute respiratoria e l’istruzione, ma evita anche le emissioni di carbonio. Il gruppo ha fornito a oltre 100 milioni di famiglie rurali l’accesso a una luce continua e a 21.000 donne rurali la sicurezza del lavoro.
- Vanessa Nakate è un’attivista climatica ugandese che ha protestato da sola davanti al Parlamento dell’Uganda dopo aver registrato temperature insolitamente elevate nel suo Paese. Ha spinto altri giovani a unirsi a lei e da allora ha fondato il gruppo Youth for Future Africa e il Rise Up Movement, aumentando le voci dei giovani africani negli spazi internazionali dedicati al clima.
- Wangari Maathai è stata la prima donna africana a vincere il Premio Nobel per la pace. Il suo Green Belt Movement ha creato 6.000 vivai di alberi per combattere la desertificazione in Kenya, dando al contempo potere alle donne delle comunità. È stata anche una delle prime sostenitrici dell’iniziativa della Grande Muraglia Verde, che mira a far crescere una cintura di alberi di 8.000 km in tutto il continente africano.
- Nemonte Nenquimo ha intentato una causa guidata dalla comunità contro il governo ecuadoriano per non aver consultato le popolazioni indigene prima di offrire ampie sezioni della foresta amazzonica alle compagnie petrolifere. Nell’aprile 2019, la Corte provinciale di Pastaza ha deliberato a favore del popolo Waorani, proteggendo 500.000 acri di foresta pluviale dallo sfruttamento.
Ma il contributo delle donne potrebbe andare ben al di là. Tra i movimenti di emancipazione femminile nati nel secolo scorso, l’ecofemminismo, una corrente nata nel 1974 grazie alla scrittrice francese Françoise d’Eaubonne, che indaga le connessioni esistenti tra il sessismo, lo sfruttamento degli animali e l’abuso delle risorse naturali, potrebbe dare un contributo importante alla lotta al cambiamento climatico. Un detto ecofemminista spiega bene la questione della convergenza della lotta femminista e ambientalista: “chi vorrebbe la stessa quota di una torta cancerogena?”, ovvero che senso ha lottare per un l’uguaglianza tra donne e uomini se è messa in discussione la vita di entrambi su questo pianeta? E viceversa, che senso ha lottare per salvare il pianeta se si tratta di mettere da parte metà della popolazione? In sostanza: il clima cambia se è il sistema a cambiare, se viene decostruito il meccanismo patriarcale di sfruttamento e di oppressione che pesa sugli individui, a partire dal coinvolgimento delle donne nei processi decisionali che hanno a che fare con l’ambiente.
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