Il paradosso di un mondo affamato e in sovrappeso

Più poveri e più spreconi: la crisi economica induce gli italiani a consumi peggiori e a sprechi maggiori. È quanto emerge dai dati del rapporto Waste Watcher 2024, realizzato in base a un monitoraggio IPSOA-Università di Bologna. I numeri dell’Osservatorio ci dicono che nelle nostre case nel 2024 si passerà da 75 a 81 grammi di cibo buttato pro capite ogni giorno, con un incremento dell’8,05% rispetto a un anno fa. Si spreca di più nelle città e nei grandi comuni rispetto ai piccoli centri (+8%), più al Sud che al Nord (+4% della media nazionale) e nelle famiglie senza figli (+3%). A sprecare di più sono i maschi: il 38% degli uomini butta via il pane più frequentemente rispetto al 24% delle donne. Dall’indagine emerge che al primo posto dei prodotti sprecati c’è la frutta fresca (25,4 grammi settimanali), poi ci sono cipolle, aglio e patate (20,1), poi il pane fresco (20,1), quindi le insalate (18,8) e le verdure (18,2).
Se con l’aumento dell’inflazione in un primo momento le persone, in particolare quelle a basso e medio reddito, hanno dimostrato attenzione verso gli sprechi, sulla lunga distanza la diminuzione del potere di acquisto le ha spinte ad adottare nuove pratiche di consumo per affrontare la crisi, indirizzandole verso l’acquisto di cibo di peggiore qualità e più facilmente deteriorabile. Nel tentativo di risparmiare, un consumatore su due cerca cibo a ridosso della scadenza, correndo il rischio di non riuscire a consumarlo.
Lo spreco alimentare è una piaga etica, sociale e ambientale, frutto del neoliberismo portato all’estremo. La sovrapproduzione e lo spreco sono insiti al modello capitalista, funzionali al sistema economico e commerciale dominante che ha allungato sempre più la filiera di produzione, allontanando i luoghi di produzione da quelli di consumo del cibo, occultandone i costi ambientali e sociali che, se incorporati, farebbero lievitare i prezzi dei cibi prodotti.
Insieme agli alimenti, sprechiamo salute. La sempre maggior diffusione di cibi a basso costo, confezionati, ultra processati e altamente calorici spinge – in particolare le fasce sociali economicamente più fragili – a consumare alimenti malsani in parte responsabili dell’obesità e di altre gravi patologie come il diabete.
Ma se nei Paesi avanzati oltre un quarto della popolazione mondiale è in sovrappeso o soffre di malattie provocate da diete alimentari eccessive o sbilanciate e ogni giorno quantità enormi di derrate alimentari vengono gettate tra i rifiuti, nel mondo circa una persona su nove non ha abbastanza da mangiare e una su tre è malnutrita.
Gli stessi dati sulla fame nel mondo sono fuorvianti. Le Nazioni Unite, infatti, conteggiano una persona come “affamata” quando il suo apporto calorico è inadeguato a coprire i bisogni minimi di uno stile di vita sedentario, dimenticando che lo stile di vita di chi soffre la fame molto spesso è tutt’altro che tale. La definizione di fame della FAO conta solo le calorie ingerite: le persone affette da gravi carenze di vitamine e sostanze nutritive di base non rientrano nei parametri delle persone denutrite perché introducono calorie sufficienti a mantenersi in vita. Allo stesso modo le persone affette da forme di parassitosi che limitano la capacità di assorbire il cibo non vengono prese in considerazione perché ciò che conta è l’apporto calorico e non la nutrizione effettiva.
In questo quadro parziale e riduttivo della fame nel mondo, a soffrirne in maniera maggiore sono le donne, i bambini e le bambine. Le crisi globali continuano a compromettere in maniera sproporzionata l’accesso delle donne al cibo nutriente, perpetuando la disuguaglianza di genere. Quando una donna non riceve un’alimentazione adeguata diminuisce il suo potenziale di apprendimento e di guadagno, è esposta a complicazioni per la vita durante la gravidanza e il parto e ha altissime probabilità di dare alla luce bambini e bambine che andranno incontro a malnutrizione. Spesso confusa con la mera scarsità di cibo (denutrizione), la malnutrizione è la combinazione di diversi fattori: insufficienza di proteine, zuccheri, micronutrienti, frequenza di malattie, consumo di acqua potabile, scarsità di igiene, mancanza di cure mediche adeguate. Se spostiamo il focus dalla fame alla insicurezza alimentare, riferita alla capacità di una persona di avere accesso sicuro a una sufficiente quantità di cibo sano e nutriente, ci accorgiamo che la fame non è una questione limitata all’Africa, all’Asia e al Sud America. Il numero di persone che vive nell’insicurezza alimentare è molto più alto di quello degli affamati.
Per tornare al nostro mondo occidentale, obesità e sovrappeso possono essere anch’esse considerate espressione di malnutrizione e insicurezza alimentare, frutto di un inadeguato accesso a cibo nutriente e sano, anche se paradossalmente in eccesso. La divisione tra affamati e persone in sovrappeso non corre quindi lungo il confine degli Stati, ma dell’impoverimento e dell’esclusione sociale sempre più diffusi. In Europa ne sono a rischio una persona su cinque, in Italia la percentuale sale al 25%: una realtà diversa da quella che riusciamo a percepire. O che non vogliamo vedere.
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