Diversi in tutto. Anche nel sale

Secondo uno studio pubblicato su Hypertension le donne, di qualsiasi età ed etnia, sono più sensibili al sale (cloruro di sodio) rispetto ai maschi e questa propensione aumenta dopo la menopausa. Essere sensibili al sale significa che il corpo delle donne ha una tendenza naturale a trattenere il sodio piuttosto che a eliminarne l’eccesso con le urine. Si pensava che le donne fossero meglio protette degli uomini dalle malattie cardiovascolari almeno fino alla menopausa. Ma questa protezione sembra non essere così assoluta. Valutando dati epidemiologici recenti, che si soffermano sui meccanismi della pressione sanguigna sensibili al sale in relazione alle differenze di genere, i ricercatori hanno evidenziato che è il cromosoma XX a predisporre le donne ad avere una maggiore sensibilità al sale, sensibilità a sua volta mitigata dagli estrogeni in età fertile. Una possibile spiegazione di questo strano meccanismo è che nel corso della gravidanza le donne devono quasi raddoppiare il volume di liquidi extracellulari: in questa fase della vita il sodio, che trattiene acqua nel nostro corpo, funge da “alleato” fisiologico, mentre gli estrogeni agiscono da antagonisti per contrastarne il danno correlato.
Il tasso di accelerazione dell’aumento della pressione nel corso della vita risulta essere maggiore nelle donne che negli uomini, come dimostra il confronto tra i sessi per fascia d’età:
- Età 20-34: 11% degli uomini, 8% delle donne
- Età 35-44: 23% degli uomini, 23% delle donne
- Età 45-54: 36% degli uomini, 33% delle donne
- Età 55-64: 58% degli uomini, 56% delle donne
- Età 65-74: 64% degli uomini, 66% delle donne
- Età 75 o superiore: 73% degli uomini, 81% delle donne
Questo dimorfismo sessuale può preparare il terreno per malattie cardiovascolari per le donne in età avanzata, una volta esaurito l’effetto protettivo degli estrogeni sull’endotelio, ovvero sul tessuto che tappezza le pareti dei vasi sanguigni.
Ciò che non si esaurisce è l’effetto protettivo di un’alimentazione che riduca l’apporto di sale. In condizioni normali il nostro organismo ha un fabbisogno di sodio pari a circa 400 milligrammi, che corrispondono al consumo di un grammo di sale di cucina al giorno, e che comunque è già contenuto negli alimenti. Purtroppo noi tendiamo a salare gli alimenti, dall’acqua di cottura della pasta al cibo in tavola, arrivando ad aggiungerne otto-dieci volte il nostro fabbisogno. Inoltre, dobbiamo considerare anche quei cibi che contengono sale “nascosto” come i cibi in scatola che, al contrario di quelli freschi, contengono molto sodio e poco potassio, i dadi da brodo, gli insaccati e i formaggi stagionati, per non parlare dei cibi ultra-processati in cui il sale viene aggiunto in abbondanza. Per chi proprio non vuol mangiare insipido, in commercio vi sono prodotti sostitutivi del sale (cosiddetto sale iposodico) con 50% di cloruro di sodio e 50% di cloruro di potassio, magnesio e calcio. Questi ultimi tendono a bilanciare l’effetto dannoso del sodio ed essere quindi protettivi sull’ipertensione.
Il consumo di sale nella popolazione è inversamente proporzionale ad alcuni determinanti sociali che hanno un importante impatto sulla salute, come la disponibilità economica, il livello di istruzione, il tipo di occupazione, tutte situazioni in cui l’accesso alle informazioni è spesso inadeguato e dove è più frequente il ricorso ad alimenti pronti che hanno subito ripetute lavorazioni industriali.
La chiave di volta è sempre la dieta mediterranea, che dà ampio spazio agli alimenti di origine vegetale e ai prodotti freschi “non lavorati”, che assicurano un ridotto apporto di sodio a beneficio del potassio, accompagnata da una pedagogia dell’alimentazione che, nell’economia consumistica della vita di oggi, aiuti a riconsiderare il tempo dedicato alla preparazione dei pasti come tempo dedicato alla propria salute. Tempo che potrebbe altrimenti rivelarsi irrimediabilmente perso.
Lascia un commento