La femminilizzazione dell’agricoltura

Nella mitologia greca Demetra era la “Madre terra”, la dea della fertilità, dell’agricoltura e del ciclo delle stagioni che, per vendicarsi del rapimento della figlia Persefone da parte di Ade, dio degli inferi, provoca un lungo inverno che blocca la crescita delle messi e i raccolti. Cosciente del suo ruolo per il prosperare della vita sulla terra, Demetra abbandona l’Olimpo minacciando di non farvi più ritorno e di trascurare i suoi doveri finché la figlia non ritornerà. Nel frattempo, poiché gli uomini sulla terra soffrono la fame e non sono in grado di offrire i sacrifici agli dei, Ade viene costretto a rilasciare Persefone che, avendo assaggiato il melograno offertole da Ade, rimane indissolubilmente legata all’aldilà. Grazie alla mediazione di Zeus Persefone non è condannata a vivere perennemente nelle tenebre dell’oltretomba, ma a rimanerci solo sei mesi all’anno, corrispondenti al numero di semi del melograno che ha mangiato, potendo trascorrere gli altri sei sulla terra insieme alla madre. E’ così che ogni anno Demetra aspetta il ritorno della figlia esprimendo la gioia per il suo arrivo facendo rifiorire la natura e regalandoci la primavera.
Il mito della dea che ha generato i cicli e le stagioni e fa rifiorire la natura racconta che fin dall’inizio della civiltà la Terra è stata considerata una potenza femminile. Il rapporto FAO The Status of Women in agrifood system del 2023 ci ricorda che a prendersi cura della Terra, e della terra intesa come suolo da coltivare, sono le donne al punto da aver imposto all’ONU di coniare un’apposita espressione: la “femminilizzazione dell’agricoltura”.
Il settore agroalimentare rappresenta a livello mondiale una tra le principali fonti di impiego per le donne, con una percentuale (36%) che si avvicina a quella degli uomini (38%) e che aumenta considerevolmente se si considera anche il loro lavoro agricolo non retribuito. Questi dati potrebbero indurci a pensare che l’agricoltura sia per le donne uno strumento di empowerment, di sviluppo delle loro conoscenze e competenze e di consolidamento del loro potere di scelta. Ma non è così. Nell’Africa sub-sahariana o nell’Asia meridionale, ad esempio, le percentuali di donne impiegate in agricoltura superano di gran lunga quelle maschili ma ciò non è sinonimo di progresso sociale ed economico. Un esempio concreto lo fornisce il Ghana, secondo Paese produttore di cacao al mondo, nel quale le coltivatrici di cacao guadagnano il 30% meno degli uomini e dove, nonostante il 40% del lavoro nei campi sia portato avanti dalle donne, queste sono proprietarie solo del 2% delle terre. Possedendo la maggior parte delle piantagioni, il ricavato appartiene agli uomini.
Nonostante il loro ruolo chiave nel lavoro agricolo e le competenze nella gestione del territorio, le donne sono spesso svantaggiate a causa dei loro scarsi diritti fondiari e delle persistenti disuguaglianze nell’accesso e nella proprietà della terra. Nella maggior parte dei Paesi i diritti alla terra e all’acqua sono strettamente correlati tra di loro. Ciò rappresenta un ostacolo all’accesso all’acqua ed al credito da parte delle donne per via del loro scarso possedimento di terreni a parità di condizioni rispetto agli uomini.
Soprattutto a causa di norme di genere, di strutture sociali discriminatorie e dinamiche di potere diseguali le donne devono frequentemente affrontare barriere e vincoli che gli uomini non incontrano: altissima è la frequenza di ruoli marginali, salari inferiori con condizioni lavorative peggiori, impieghi a tempo parziale, irregolari, poco qualificati o ad alta intensità di lavoro.
A tutto questo, ci ricorda il rapporto della FAO, vanno sommati i problemi generati dai cambiamenti climatici, dai conflitti, dai crescenti rischi di violenza e dall’insicurezza alimentare che colpisce maggiormente le donne.
Secondo The gender snapshot 2023, pubblicato dall’UN Women e da UN Desa (Dipartimento per gli affari economici e sociali delle Nazioni Unite), continuando di questo passo nel 2030 circa l’8% della popolazione mondiale femminile, pari a 340 milioni di donne e ragazze, vivrà in condizioni di povertà estrema. L’insicurezza alimentare, moderata o severa, colpirà quasi una donna su quattro (23,5%) con una situazione particolarmente grave nell’Africa sub-sahariana dove a soffrire la fame sarà il 48,6% delle donne e delle ragazze.
E’ urgente invertire la rotta con un approccio di genere per superare gli strati interconnessi di disuguaglianza e discriminazione nei sistemi alimentari, comprese le disuguaglianze nel lavoro, nell’accesso al credito e alle tecnologie e nella leadership. Serve ridurre i rapporti di dipendenza e creare nuovi spazi di autonomia per le donne permettendo loro di sfruttare le loro capacità e consentendo loro di rafforzare le conoscenze per migliorare le condizioni di vita. Ma occorre anche dare visibilità al lavoro femminile, fondamentale non solo per la sostenibilità del sistema agroalimentare, ma anche della resilienza al cambiamento climatico.
Visibilità, riconoscimento e pari opportunità per le donne che lavorano in agricoltura sono obiettivi in larga parte da raggiungere anche in Italia, perfettamente riassunti nel Manifesto delle donne coinvolte nel programma Cambia Terra di ActionAid. Le condizioni di vita e di lavoro delle donne impiegate in agricoltura sono spesso caratterizzate da gravi forme di sfruttamento, soprattutto nel segmento più vulnerabile costituito dalle lavoratrici migranti, soggette a forti disparità salariali, a ricatti e molestie sessuali da parte di caporali o datori di lavoro. E troppo spesso lasciate ai margini degli interventi delle istituzioni.
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