Quanto vale il dolore delle donne?

La medicina di genere ci insegna che l’organismo femminile e quello maschile hanno differenze biologiche che determinano un’incidenza diversa delle malattie, sintomi diversi e una diversa risposta ai farmaci, ancora troppo spesso testati solo sugli uomini.
Le differenze riguardano anche il dolore. I dati epidemiologici disponibili dimostrano che le donne hanno il doppio di probabilità di soffrire di sclerosi multipla, un rischio tre volte maggiore di sviluppare artrite reumatoide, soffrono di stanchezza cronica quattro volte i maschi, circa il 90% dei pazienti fibromialgici sono donne. Eppure il dolore delle donne, sottovalutato e sotto stimato rispetto a quello degli uomini è come se “valesse meno”.
Pochissimi studi, inoltre, hanno esplorato la variazione del dolore tra coloro che si identificano come persone non binarie, transgender e gender fluid.
E’ il Gender Pain Gap, un divario di genere che non riguarda le retribuzioni, o l’accesso al mondo del lavoro, ma il tipo di cure riservato chi non è maschio, cisgender e bianco. In altre parole a chi non rispetta l’andronormatività prevalente nel sistema sanitario. Questo approccio sminuente rispetto al dolore delle donne ha origini antichissime. Già ai tempi di Ippocrate il termine “isteria” indicava una presunta patologia causata dall’utero che vagava nel corpo delle donne. Nel corso dei secoli il termine ha cambiato di significato diventando uno strumento di controllo e di svilimento del corpo e della dignità delle donne. Solo nel 1980 la nevrosi isterica è stata eliminata dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, ma la portata del suo significato continua a configurare la donna come instabile e impulsiva e, in molti casi, a condizionare il rapporto medico/paziente.
Non è un caso se molte donne affette da endometriosi in prima battuta abbiano ricevuto una diagnosi di disturbo mentale, o se la stragrande maggioranza delle pazienti affette da vulvodinia raccontino di non essere credute dalle persone che hanno attorno o dai medici a cui si sono rivolte. Alcune ricerche hanno svelato che le donne che riferiscono dolore hanno una maggiore probabilità di vedersi prescrivere un ansiolitico rispetto agli uomini a cui vengono invece prescritti antidolorifici. È un divario che interessa anche gli interventi di pronto soccorso, dove alcune ricerche indicano che, in caso di dolore addominale acuto, gli uomini aspettano 49 minuti prima di ricevere antidolorifici, mentre le donne nella stessa situazione ne aspettano 65.
È un problema culturale prima ancora che sanitario riconducibile al dominio del potere maschile per cui l’uomo “vale” più della donna. Non essere capite o subire una invalidazione del proprio dolore può portare molte donne e persone transgender a sottovalutarlo o a ritenerlo “normale” . Il dolore invece è un segnale di pericolo a cui dare ascolto: più tempo si convive con esso, più è causa di cambiamenti a livello del sistema nervoso centrale, con forme di neuroinfiammazione che possono cronicizzare e, a loro volta, portare a situazioni di depressione e di conseguente esclusione o disagio sociale.
Che fare? Innanzitutto credere al proprio dolore e ascoltarlo, senza dimenticare che lo stile di vita, a partire da una sana alimentazione, è fondamentale per modulare le basi biologiche del dolore. Non avere una giusta attenzione a tavola, a causa della mancanza di una corretta educazione alimentare, può causare un peggioramento di una condizione di dolore cronico. L’accumulo di grassi e di calorie può infatti avere una correlazione con l’infiammazione e lo sviluppo del dolore stesso. Pensiamo, ad esempio, alle persone in sovrappeso il cui dolore alle ginocchia non è causato solo dall’eccesso ponderale, ma dalla quota di sostanze infiammatorie, favorita da una cattiva alimentazione, che danneggia le articolazioni stesse. Lo dimostra il fatto che le stesse riferiscono spesso di avere dolore alle piccole articolazioni, come le mani, in cui il sovraccarico del peso non ha nessun ruolo.
A venirci in aiuto è sempre la dieta mediterranea, che offre un corretto bilanciamento dei nutrienti ed esclude, o almeno riduce, quegli alimenti che hanno caratteristiche pro-infiammatorie e che vanno ad alterare il microbiota: la disbiosi che ne consegue risulta strettamente correlata con fenomeni infiammatori che possono favorire l’insorgenza o il mantenimento di numerose patologie.
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