Non è colpa del cibo

Il disturbi del comportamento alimentare e i disturbi da alimentazione incontrollata si manifestano in maniera sempre più preoccupante. In Italia ne soffrono tre milioni di persone, a cui va aggiunto il numero non irrilevante dei casi non dichiarati. Ad allarmare è soprattutto la fascia d’età d’esordio del problema, che si è abbassata dai 15 anni in su del periodo antecedente il Covid alla fascia dei 13/15 anni, e talvolta anche 8/9, di oggi. Le ricerche effettuate in proposito evidenziano un incremento di giovanissime pazienti ricoverate o che necessitano di cure ambulatoriali per l’ anoressia, patologia che rappresenta la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali nella popolazione femminile giovanile (12/25 anni) dei Paesi occidentali.
Se le donne e le adolescenti continuano a risultare le più colpite da questi disturbi, dai dati emerge un incremento del numero di giovanissimi maschi con un disturbo alimentare nella fascia 12/17 anni. Questo anticipo cronologico nell’esordio della patologia è dovuto a una molteplicità di fattori tra cui l’attenzione maniacale nei confronti del proprio corpo esasperata dall’utilizzo dei social e lo sviluppo fisico sempre più precoce in molti casi correlato a una scorretta alimentazione, dove una dieta iperproteica rispetto a una dieta ricca di vegetali può anticipare la pubertà e accorciarne la durata.
I social, tra immagini di cibi elaborati e corpi perfetti, giocano un ruolo sempre più rilevante nel concorrere all’insorgere, al mantenimento e all’aggravamento di questi disturbi. Il corpo femminile, in particolare, è sempre esposto a un’immagine “ideale”, costantemente sotto assedio da parte dello sguardo maschile, formato culturalmente a sessualizzare e oggettificare ogni centimetro del corpo di una donna. La grassezza per una donna è un peccato mortale perché la allontana troppo dall’idea di femminilità docile e ubbidiente a cui è relegata dagli stereotipi culturali . Per un processo di auto-oggettificazione, le donne tendono a investire molte più risorse mentali nel monitoraggio corporeo esponendosi con più facilità a pericolose restrizioni alimentari.
Forme esasperate di diete salutistiche che portano a restringere sempre più la quantità o la varietà di cibi ammessi e il trincerarsi dietro la scusa di poter mangiare solo alcuni cibi per motivi etici o medici e di doverne evitare altri, può diventare l’alibi perfetto per inseguire la magrezza a tutti i costi senza essere stigmatizzate/i: se chi non mangia perché non vuole ingrassare viene guardato male, chi si trattiene per motivi ideologici o salutisti è oggetto di ammirazione. Mentre l’anoressia interessa maggiormente le donne, l’ortoressia, come viene definita l’ossessione per i cibi sani, è un problema soprattutto maschile che si spiega con il proliferare di stereotipi culturali legati alla forma fisica e trova un parallelismo nella corrispondente diffusione della vigoressia, ovvero la preoccupazione cronica di non avere un corpo sufficientemente muscoloso e prestante.
Il Trevor Project, centro americano di ricerca che si occupa di fornire sondaggi sulla salute mentale delle persone queer, ha inoltre pubblicato un documento di ricerca che evidenzia come i giovani LGBTQI+ siano maggiormente a rischio di sviluppare disturbi alimentari e come ciò possa influire sulla loro vita e sul rischio di suicidio anche in considerazione del fatto che viene prestata loro molta meno attenzione di quanto non si faccia con le giovani donne bianche eterosessuali, oltre a dover affrontare barriere nell’accesso all’assistenza sanitaria ed esperienze di discriminazione clinica.
Ciò che non ha differenze di genere è l’effetto sociale dei disturbi del comportamento alimentare: le persone che ne sono affette tendono a trascurare la rete dei rapporti sociali, in un pericoloso vortice di isolamento. E, per tutt* la colpa non è il cibo, ma sono i comportamenti autopunitivi che vengono messi in atto nei confronti del proprio corpo perché ritenuto inadeguato ai modelli che sono imposti.
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