L’abbondanza della povertà

Secondo le stime preliminari diffuse dall’Istat, nel 2023 l’incidenza di povertà assoluta in Italia è pari all’8,5% delle famiglie e al 9,8% degli individui. Tradotto in numeri significa che nel nostro Paese circa 5 milioni 752 mila persone hanno una spesa mensile pari o inferiore a una soglia minima, che consente di acquistare beni e servizi di primaria necessità, essenziali a garantire condizioni di vita minimamente accettabili e rappresentati in un paniere il cui valore monetario segue nel tempo le variazioni dei prezzi al consumo e si differenzia in base all’ubicazione geografica e alla dimensione del comune di residenza. Secondo l’ISTAT un individuo adulto (18-59 anni) è considerato in povertà assoluta se sostiene una spesa mensile pari o inferiore a 560-600€ nel Mezzogiorno, 700-800€ nel Centro, 750-840€ nel Nord. I minori che appartengono a famiglie in povertà assoluta sono pari a 1 milione 300 mila.
A comporre l’indice di povertà assoluta concorre la dimensione della povertà alimentare, calcolata su un modello dietetico di riferimento individuale, definito in base a genere ed età, in grado di fornire i nutrienti necessari all’organismo umano. Tra i dati che Eurostat considera per definire lo stato di deprivazione alimentare materiale e sociale vi sono “l’impossibilità di fare un pasto completo con carne, pollo, pesce o equivalente vegetariano almeno una volta ogni due giorni e l’impossibilità di uscire con amici o parenti per mangiare o bere qualcosa almeno una volta al mese”.
I fattori che determinano la povertà alimentare variano a seconda del contesto di riferimento. Mentre nei Paesi in via di sviluppo si registrano problemi che riguardano sia la disponibilità che l’accessibilità, l’utilizzabilità e la stabilità del cibo, nei Paesi sviluppati le problematiche di tipo alimentare sono sostanzialmente legate alla condizione economica e al corretto utilizzo degli alimenti. Anche in Italia i problemi alimentari non sono riconducibili alla scarsità delle risorse disponibili, ma a una loro iniqua distribuzione. È il “paradosso della scarsità dell’abbondanza”[1], che riguarda l’impossibilità di alcune fasce della popolazione di accedere a risorse adeguate al proprio sostentamento nonostante l’abbondanza di alimenti presente nei contesti in cui vivono.
Nel nostro immaginario quando parliamo di povertà spesso ci riferiamo alle periferie più degradate, ai campi nomadi, o all’indigenza di chi tende la mano agli angoli delle strade. Non è così. Esiste una povertà insospettabile, non sempre visibile, perché nascosta dietro le pieghe di un vissuto quotidiano apparentemente privo di problemi. La mancanza di lenti adeguate per leggere il fenomeno produce un’ulteriore e importante conseguenza: agendo solo sul bisogno, vengono implementati servizi per promuovere l’accesso fisico ed economico al cibo attraverso la distribuzione dei pacchi alimentari senza intervenire sulle determinanti del problema, che non sono esclusivamente monetarie e materiali, ma anche di carattere sociale e di genere, e nemmeno sulle altre conseguenze del fenomeno, quali l’esclusione e lo stigma sociale.
In Italia oggi sono le donne e le madri sole le persone a maggior rischio di povertà. I dati del rapporto annuale ISTAT rivela disuguaglianze di genere drammatiche: dell’11,7% delle famiglie monogenitoriali in povertà assoluta, l’80,9% è composto da madri sole. La povertà femminile è un problema sociale e strutturale complesso condizionato anche da fattori non economici. Per molte donne avere un lavoro non è sufficiente ad evitare la povertà: le donne guadagnano meno degli uomini, sono più esposte a esclusione sociale, sono spesso indicate come le uniche responsabili della cura dei figli e della famiglia, sono quelle che si privano di un’alimentazione adeguata in caso di difficoltà. L’aspetto economico inoltre, gioca un ruolo importante nel fenomeno della violenza contro le donne a più livelli, rappresentando uno degli elementi della multidimensionalità del fenomeno della violenza di genere.
Il food social gap, ovvero il divario nella spesa per il cibo dei più ricchi e dei meno abbienti, va sempre più ampliandosi. Le differenze a tavola diventano distanze e fratture sociali: chi ha meno disponibilità economiche taglia sul cibo, mangia quello che può permettersi e, in questo contesto, il dibattito sul valore nutritivo degli alimenti può risultare ideologico e fuorviante. Poco serve l’aumento della conoscenza dei benefici apportati da un’alimentazione che sia buona, giusta e pulita, come vorrebbe Slow Food e come concretizzata nella dieta mediterranea, se chi con le tasche vuote si ritrova costretto a mangiare di meno e a mettere in tavola alimenti di qualità inferiore, ultra processati, ma venduti a un costo accessibile. Cinque porzioni di frutta e verdura al giorno, preferibilmente di stagione, biologica e km 0, il pesce un paio di volte la settimana, i cereali prevalentemente integrali, la frutta secca e i semi: quanti italiani oggi riescono a mettere nel carrello questi alimenti per tre o quattro persone?
La fame non è un accidente casuale, ma è il prodotto di un sistema che non funziona, che continua ad affidare le sorti del mondo alle logiche di un’economia basata esclusivamente sul profitto, non fondata sui diritti, ma sulla prevaricazione del più forte sul più debole, in cui la persona conta solo in quanto consumatore. Garantire il diritto al cibo per tutti e tutte vuol dire azzerare il lato capitalista del cibo come merce, vuol dire mettere in campo misure di protezione sociale per assicurare alle persone le risorse per produrlo e il reddito per acquistarlo, ovvero un lavoro dignitoso.
[1] Campiglio, L. P., Rovati, G., Il paradosso della scarsità nell’abbondanza: il caso della povertà alimentare, in Aa.Vv, A., La povertà alimentare in Italia, Guerini & Associati, Milano 2009: 19-25
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