La salute delle donne è ancora in mano agli uomini

Si celebra il 22 aprile la nona Giornata Nazionale della Salute della Donna. L’iniziativa, promossa dal Ministero della Salute e dalla Fondazione Atena Onlus, ha lo scopo di accendere i fari sulla questione femminile, dall’accesso alle cure sui territori, alla prevenzione e alla diffusione di una cultura che riconosca le specificità del corpo femminile e le includa nella pratica medica, consentendo così alle donne di colmare il divario che le ha discriminate e penalizzate per anni.
Per secoli la prassi clinica è stata infatti letteralmente modellata sulle peculiarità della biologia maschile su cui sono state elaborate le principali linee guida per la diagnosi e il trattamento delle patologie e per lo studio degli effetti collaterali delle terapie farmacologiche. Lo sviluppo della medicina di genere, ponendo al centro l’attenzione sulle differenze non solo biologiche, ma socio-culturali tra uomini e donne, ha ribaltato questo paradigma e gettato le basi per un modo diverso di concepire il rapporto medico-paziente, meno astratto e fondato su un universale maschile, e più ritagliato sulle necessità specifiche dell’individuo.
Se la salute, secondo la definizione che ne dà l’OMS è “una condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale non esclusivamente l’assenza di malattia e infermità” l’ottica di genere in tema di differenze socio-culturali è un presupposto irrinunciabile e un comun denominatore fondamentale per superare le disuguaglianze che determinano diverse condizioni di salute e quindi di benessere.
Ben venga quindi il bollino rosa degli ospedali che offrono servizi per promuovere l’informazione, la prevenzione e la cura al femminile.
Ma tra le donne e il sistema sanitario permane una frattura: se il dolore femminile non è preso sul serio, la violenza ostetrica è ricorrente, se non si fa abbastanza ricerca sulla medicina di genere è anche perché le donne ai vertici nella sanità sono pochissime. Tra i nuovi capi dei dipartimenti nominati dal Ministro della Salute, non c’è una donna. Nessuna donna, su dieci componenti, nemmeno nel CdA dell’Agenzia Italiana del Farmaco, autorità competente per l’attività regolativa dei farmaci, preposta a prendere decisioni che hanno impatto su una società composta da più del 50% di donne, consumatrici di farmaci. L’AIFA autorizza la sperimentazione e la messa in commercio dei nuovi farmaci, ne decide i prezzi, ne segue il ciclo di vita e ne controlla l’appropriatezza e la sicurezza. Compresi tutti quei farmaci che riguardano la salute delle donne. È un caso se il precedente CdA di AIFA, anch’esso composto di soli uomini, nel novembre scorso bloccò la decisione di rendere la pillola anticoncezionale gratuita per tutte le donne? L’ha resa gratis, sì, ma solo per le donne sotto i 26 anni e solo se prescritta negli ospedali o nei consultori. Una decisione che esclude 15 milioni di donne e che, tagliando fuori le farmacie, la rende poco accessibile.
E a quando una giornata per la salute delle persone transgender e non binarie? È una popolazione marginalizzata rispetto alle politiche sanitarie, che rileva grosse difficoltà nell’accesso ai servizi, in particolare agli screening oncologici, con il 46% delle persone trans che riferisce di sentirsi discriminato. Solo il 20% delle persone assegnate femmine alla nascita esegue il pap test, mentre soffre di depressione il 40% della popolazione trans, con picchi del 60% tra le persone non binarie.
Le discriminazioni di genere non intervengono sulla vita delle persone come variabili indipendenti, ma più spesso in associazione con altri fattori e forme di oppressione: una donna nera, ad esempio, può subire più discriminazioni e andare incontro a maggiori difficoltà rispetto a una donna bianca; così come una donna sovrappeso, povera, anziana… o, appunto, transgender.
Che la salute sia un diritto è chiaro a tutt* – è scritto ovunque, anche nella nostra Costituzione – perché diventi un diritto di genere la strada è ancora in salita.
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