Educazione alimentare: conoscere per scegliere

Secondo le ultime rilevazioni del progetto Okkio alla salute dell’Istituto Superiore di Sanità, nella fascia di età 8-9 anni i casi di sovrappeso sono il 19% e quelli con obesità il 9,8%, inclusi bambini e bambine con obesità grave che rappresentano il 2,6%. Se non adeguatamente curata in età pediatrica, l’obesità persiste nel 70-80% dei casi negli anni successivi, determinando nell’età adulta un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, metaboliche, tumorali, oltre a ripercussioni a livello psicologico e psichiatrico. Nelle bambine l’obesità è inoltre causa di menarca precoce con evidenti conseguenze sia a livello psicologico – sull’autostima, sulle dinamiche interpersonali e sull’immagine corporea – che clinico, poiché l’allungamento dell’esposizione agli estrogeni durante l’arco della vita può rappresentare un fattore di rischio per tumori estrogeno-dipendenti come il cancro al seno.
Basterebbe questa fotografia dello stato di salute in età pediatrica per inserire l’educazione alimentare, al pari dell’educazione all’affettività e alla sessualità, tra le materie obbligatorie dell’offerta formativa del nostro sistema scolastico.
La promozione di una dieta sana ed equilibrata, attraverso la conoscenza degli alimenti e dei nutrienti di cui sono composti, è indubbiamente il primo passo per evitare l’insorgere di disturbi e malattie legate all’alimentazione. Ma insegnare educazione alimentare a scuola vuol dire anche fornire strumenti di conoscenza degli aspetti sociali, ambientali e culturali legati al mondo del cibo, a partire dalla consapevolezza degli stereotipi di genere che condizionano i comportamenti alimentari e che contribuiscono, più o meno consapevolmente, alla diffusione di una cultura sessista e discriminatoria.
Parlare degli alimenti in classe significa parlare di sostenibilità ambientale e di responsabilità sociale. L’elevato numero di emissioni di gas serra legate alla produzione, alla distribuzione e al consumo di cibo è infatti tra i maggiori responsabili del cambiamento climatico: il cibo è di qualità se è sostenibile, ovvero se permette di soddisfare i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità per quelle future di fare lo stesso. Analizzare le origini del cibo e le diverse fasi della filiera alimentare permette di comprendere che dietro la produzione e la distribuzione di quello che arriva sulla tavola ci sono persone con diritti spesso calpestati, in particolare le donne che soffrono le disuguaglianze strutturali e le discriminazioni nel settore agroalimentare, dal divario salariale, all’accesso alle risorse.
Spezzare una lancia in favore dell’inserimento dell’educazione alimentare [qui la petizione di Slow Food] nella didattica scolastica ci spinge a una riflessione sulle mense scolastiche. Il servizio mensa nelle scuole è essenziale per garantire agli studenti e alle studentesse, soprattutto quelli e quelle in condizioni di maggior bisogno, il consumo di almeno un pasto sano ed equilibrato al giorno. Non dimentichiamo che nel nostro Paese un bambino su venti vive in povertà alimentare, cioè non ha la possibilità di consumare un pasto proteico al giorno.
A fronte di questo, sono ancora troppo pochi i bambini e le bambine che in Italia usufruiscono del servizio mensa – e del tempo pieno – a scuola, e con forti discontinuità territoriali che penalizzano intere aree del Paese, soprattutto al Sud. Per garantire un accesso uniforme su tutto il territorio nazionale ai servizi di refezione scolastica è necessario un intervento con risorse ordinarie a livello nazionale tramite l’istituzione di un livello essenziale per la fruizione del servizio mensa, come illustrato dal rapporto Mense scolastiche: un servizio essenziale per ridurre le disuguaglianze diffuso a novembre scorso da Save the Children.
Nell’ottica di una scuola in cui tutte le sue componenti (insegnanti, alunni/e, genitori) contribuiscono alla realizzazione di un progetto educativo che supera il paradigma della didattica, ci piace pensare che l’educazione alimentare possa diventare una materia/ponte tra l’ambito scolastico e quello familiare, perché l’atto del mangiare non è un semplice atto di sopravvivenza, ma un atto carico di valenze simboliche, culturali e politiche, e il cibo può essere uno straordinario motore di cambiamento individuale e collettivo.
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