L’invenzione della cellulite

Come l’isteria, la cellulite è una malattia creata ad hoc per patologizzare le donne con la differenza che ancora oggi rappresenta un tormento per tutte. E’ il caso più eclatante di desease mongering, un processo che amplia il concetto di malattia al fine di ampliare i mercati per coloro che producono trattamenti.
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La cellulite è democratica: colpisce il 99% delle donne a prescindere dalle loro categorie, dal loro status sociale e dalla loro etnia.
Non è una malattia, ma può diventare patologica se la sua diffusione arriva a comprimere i vasi sanguigni impedendo la normale circolazione a tutto l’organismo. La cellulite non interessa in egual misura le donne e gli uomini a causa della differenza nella struttura e nella distribuzione del tessuto adiposo e della differenza ormonale. Nella donna gli strati di grasso si sviluppano più in superficie, negli strati sottocutanei della pelle, e gli accumuli in questo modo risultano più evidenti. Nell’uomo la diversa morfologia del tessuto adiposo fa sì che il grasso, cosiddetto viscerale, si sviluppi nel senso opposto, cioè verso lo strato muscolare, non alterando così l’aspetto estetico della pelle. A completare il quadro di genere della cellulite è la mancanza nell’uomo degli estrogeni e del progesterone, responsabili dell’accumulo di grasso sottocutaneo in alcune zone del corpo, fianchi e glutei.
Come l’isteria, la patologia è stata creata ad hoc per patologizzare le donne, con la differenza che ancora oggi rappresenta un tormento per tutte.
La sociologa Rossella Ghigi nel suo saggio Le corps féminin entre science et culpabilisation (Il corpo femminile tra scienza e colpevolizzazione) ci dice che la cellulite è nata a Parigi nel 1920, anche se il termine era già apparso nel 1873 nella dodicesima edizione del Dictionnaire de médicine diretto dai medici Emile e Littré e Charles-Philippe Robin, dove la cellulite era indicata come un’infezione batterica dei tessuti cellulari che poteva colpire qualsiasi parte del corpo e non aveva nulla a che fare con l’accumulo di grasso e liquidi sottocutanei. È interessante notare che una decina di anni dopo in Francia nasceva l’industria cosmetica, con l’apertura del primo salone di bellezza, punto di incontro tra estetica, salute, chimica e medicina.
Tra gli anni Venti e Trenta del Novecento in Francia il grasso e l’obesità vennero messi al bando: la donna modello, la vera parigina, doveva essere magra e longilinea. Nel 1933 la cellulite comparve per la prima volta sulla rivista Votre Beauté come “problema femminile”: Votre Beauté era la rivista di Eugène Schuller, fondatore de L’Oréal, che divenne azienda leader nella cosmetica.
Da allora, qualcosa che hanno tutte le donne è stato trasformato in qualcosa di strano, di patologico, da contrastare con un controllo ossessivo di tutte e tutti, creando dal nulla un mostro che nel corso degli anni ha alimentato stereotipi e idee di bellezza irraggiungibili del tutto secondari rispetto al business delle aziende che producono creme, fanghi, cure termali e diete.
Per un attimo, durante la seconda guerra mondiale, l’attenzione verso la cellulite si era attenuata, i problemi all’ordine del giorno erano diventati altri. Ma nel 1968, anno simbolico della liberazione di un corpo femminile diventato visibile e disturbante verso il patriarcato, la versione americana della rivista Vogue si presentò con un articolo dal titolo Cellulite, the new word for the fat you couldn’t lose before (Cellulite, una nuova parola per il grasso che prima non riuscivi a perdere) che trattava la cellulite come una condizione da “diagnosticare”, ma dalla quale con i dovuti trattamenti e accorgimenti era possibile “guarire”.
Questo tipo di approccio, infondato, resiste ancora oggi. A giovarne è l’industria della bellezza, indubbiamente aiutata dall’ideologia neoliberista per cui ogni persona è artefice del proprio destino e quindi anche della propria immagine corporea, da curare con determinazione e autodisciplina a partire dalla cura di sé e del proprio corpo. In una società in cui essere belle, e volerlo essere, assomiglia a un dovere, la cellulite è diventata per le donne il segno più visibile di un fallimento a cui porre rimedio.
La cellulite rappresenta oggi il caso più eclatante del cosiddetto disease mongering (mercificazione della malattia), un processo che amplia il concetto di malattia al fine di ampliare i mercati per coloro che producono trattamenti. Così facendo, tuttavia, a crescere non è solo il business delle industrie coinvolte, ma anche il loro margine di controllo sui corpi di chi si sottopone ai trattamenti.
Prendersi cura del proprio corpo e della propria salute fisica e mentale è un diritto di ogni persona, ma davanti a uno specchio una donna non dovrebbe chiedersi solo che cosa di sé vorrebbe cambiare, ma soprattutto per chi lo fa. I discorsi sulla cellulite relegano il genere femminile nel solito angolo: la donna è solo corpo.
Non esistono prodotti o tecnologie in grado di far scomparire la cellulite, ma forse esiste un modo per prevenirne l’insorgenza e la crescita, con uno stile di vita sano da abbracciare subito, fin dai primi anni di vita, fatto di un’alimentazione equilibrata, ricca di frutta e verdura, cereali, legumi e olio extravergine di oliva, accompagnata da una buona idratazione e un regolare esercizio fisico.
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