Un genere di sport

Il concetto di sport, praticato dagli uomini e in misura molto minore dalle donne, è cambiato molto nel corso del tempo, ma è diviso ancora sulla base del sesso biologico delle persone. L’assioma è che nello sport conti solo la potenza fisica e che questa passi dal livello di testosterone.
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Il concetto di sport, praticato dagli uomini, e in misura molto minore dalle donne, è cambiato moltissimo nel corso del tempo. Sono cambiate le ragioni per fare sport, i mezzi e le modalità, assecondando spesso i cambiamenti sociali, politici e culturali. Lo sport, come lo conosciamo oggi, ha una sua radice nell’Inghilterra vittoriana, epoca in cui l’energia vitale era considerata maschile, mentre l’energia femminile doveva essere conservata per la prole e la famiglia. Il concetto che ne derivava era quello di uno sport muscolare e volitivo, interpretato dalla maschilità dell’epoca in opposizione alla debolezza femminile imposta culturalmente: lo sport nuoceva alla salute delle donne, in particolare alla loro capacità riproduttiva.
Nel 1886, Pierre De Coubertin, fondatore delle moderne Olimpiadi affermava: “Non importa quanto dura e forte una donna sportiva possa diventare, il suo organismo non è tagliato per sostenere certi shock”, ritenendo che le Olimpiadi non fossero roba da donne. Alice Milliat, una sportiva che praticava diverse discipline, nel 1926 lo sfidò apertamente organizzando a Parigi la prima Olimpiade delle donne con 77 atlete di diversi Paesi. Anche nel nostro Paese alcune atlete hanno cercato di cambiare la storia dello sport sfidando pregiudizi e praticando proprio quelle discipline considerate maschili. Ricordiamo Alfonsina Strada che nel 1924 partecipò e completò il Giro d’Italia in bicicletta e le pioniere del calcio della Squadra Femminile di Milano che nel 1933 sfidarono il regime fascista dando vita alla prima squadra femminile di calcio nella nostra storia.
Gradualmente i diritti riconosciuti alle donne aumentano e lo sport sembrerebbe voler seguire tale evoluzione, sebbene nella nuova approvazione sociale della pratica sportiva femminile vengano ancora esaltate la grazia e l’eleganza, come succede nella ginnastica o nel nuoto dove i corpi femminili vengono celebrati dai media sulla base di inossidabili stereotipi femminili, mentre le atlete impegnate in sport considerati più maschili, come le lanciatrici, vengono ignorate o considerate come casi atipici e poco interessanti.
Lo sport è diviso sulla base del sesso biologico delle persone, e proprio sulla divisione binaria tra maschi e femmine e sulla base delle differenze fisiche che ne dipendono, ha articolato discipline, regolamenti e federazioni. L’assioma è che nello sport conti solo la potenza fisica e che questa passi attraverso il livello di testosterone nel sangue: in questo senso la superiorità maschile, legata appunto agli ormoni, è data per indiscutibile. Ma sebbene uno dei miti del testosterone sia la capacità di migliorare le performance nello sport e lo sviluppo della massa muscolare, sempre più studi scientifici ci dicono che nella maggior parte degli sport i livelli di testosterone non sembrano essere del tutto correlati a prestazioni sportive superiori. Come si spiega quindi che molte società sportive basino ancora le loro “scelte atletiche” sulla base di un “falso” – o perlomeno non ancora confermato – mito? Un ruolo importante viene giocato dagli stereotipi di genere, e in ogni caso all’uomo questo mito serve, perché assimilando il testosterone alla forza fisica, avvalora l’idea che lo sport sia faccenda tutta interna al genere maschile. Le donne affette da iperandrogenismo – condizione fisiologica in cui il corpo di una donna produce naturalmente una eccessiva quantità di ormoni androgeni rispetto alla media – sono ammesse alle gare femminili se i loro livelli di testosterone sono inferiori a quelli maschili. Imporre dei limiti ai livelli endogeni di testosterone nella categoria femminile è una soluzione farmacologica che può danneggiare la salute della persona: l’idea che prevale è quella che per assicurare l’equità nelle competizioni sia necessario sopprimere i valori normali se le donne sono troppo vicine ai range maschili.
L’ormone androgeno continua inoltre a essere un discrimine anche per le atlete transgender: trincerandosi dietro la motivazione per cui non ci sono abbastanza studi che assicurino l’equità delle competizioni, molte federazioni nazionali e internazionali escludono dalle gare le donne transgender, assecondando le pressioni di governi e di organizzazioni trans-escludenti.
Il punto di svolta arriva grazie alla crescente consapevolezza di quanto lo sport sia importante nel mantenimento di un corpo sano e in forma, e di come l’attività fisica svolga un ruolo primario nella prevenzione delle cosiddette “malattie del benessere”, prima tra tutte il cancro, ma anche le malattie cardiovascolari, l’obesità, il diabete e l’osteoporosi. Sebbene quest’ultima patologia sia molto diffusa anche negli uomini – anche se molto spesso viene disconosciuta da una “cieca” medicina di genere che in questo caso penalizza soprattutto i maschi -, essa è stata sempre considerata appannaggio del genere femminile, e ciò è dovuto non solo al calo degli estrogeni nella menopausa, ma anche alle aspettative culturali e sociali rispetto al loro genere, a partire dalle diete, che nella modalità “fai da te” spesso risultano non essere equilibrate sul piano nutrizionale, e alla scarsa attività fisica che svolgono rispetto ai maschi.
Attorno agli anni Ottanta si consolida il legame tra sport e bellezza femminile e l’attività fisica diventa un mezzo di affermazione estetica e di identità. Tuttavia ancora oggi in Italia i maschi praticano più sport delle femmine e gli sport maschili, a cui i media concedono più spazi di diffusione, sono più rilevanti economicamente e più seguiti dal pubblico. E persiste la stigmatizzazione che colpisce uomini e donne che praticano discipline sportive comunemente associate alle preferenze di un determinato genere, un fenomeno che indirizza le bambine verso attività sportive tradizionalmente femminili che riproducono le caratteristiche fisiche associate alla femminilità come grazia, armonia dei movimenti, leggerezza, e i bambini verso gli sport “maschi”, che riproducono i canoni della virilità. A livello agonistico il corpo femminile viene ancora valutato positivamente nel momento in cui ricalca il più possibile la prestazione maschile ma, allo stesso tempo, viene penalizzato quando non evidenzia quelli che, in virtù di stereotipi di genere, sono ritenuti canoni di femminilità. In questo senso, anche le pratiche di allenamento tendono a perseguire sostanzialmente lo standard maschile di un corpo forte, “da uomo”, anziché il talento particolare che caratterizza quello femminile.
Negli sport cosiddetti “estetici”, dove appunto viene enfatizzato l’aspetto estetico, non è raro lo sviluppo di Disturbi del Comportamento Alimentare. All’inizio degli anni Novanta si scoprirono molti casi di atlete che pur di essere più prestanti durante la performance atletica andavano incontro a un vero e proprio disturbo alimentare, dove la paura di ingrassare pur essendo sottopeso si accompagna a un eccessivo esercizio fisico. Una vera e propria sindrome da overtraining, una dipendenza da sport che consiste in uno squilibrio dell’allenamento indotto da un’attività fisica praticata con tale intensità e continuità da non permettere all’organismo di smaltire la fatica e la stanchezza accumulata. Negli anni scorsi è balzata alle cronache la denuncia da parte delle ex atlete della ginnastica ritmica – le “Farfalle” dell’Accademia Internazionale di ginnastica ritmica di Desio – di maltrattamenti, umiliazioni e pressioni psicologiche e fisiche subite a causa del loro aspetto esteriore, non considerato abbastanza magro e abbastanza bello per le prestazioni atletiche richieste. Magrezza e bellezza che le ragazze, giovanissime, dovevano raggiungere e mantenere sottoponendosi a rigidi canoni legati al peso, aprendo la strada per lo sviluppo di Disturbi del Comportamento Alimentare, peraltro non facilmente identificabili nell’ambiente sportivo dove l’iperattività e le diete restrittive sono considerate “normali”, e dove le atlete e gli atleti tendono a non chiedere aiuto per paura di deludere chi si aspetta da loro dei risultati.
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