Gli stereotipi nel piatto

Il rapporto dei bambini e delle bambine con il cibo è mediato dalla famiglia. Anche gli stereotipi di genere rappresentano una determinante fondamentale che influenza i comportamenti alimentari durante tutta la fase pre-adolescenziale e successivamente.
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I bambini e le bambine fanno esperienza dei diversi sapori prima ancora di entrarci in contatto diretto. Le papille gustative, infatti, compaiono attorno alla ottava settimana di gestazione, periodo durante il quale la composizione del liquido amniotico si modifica. È per questo che nei neonati il gusto è il più importante e sviluppato di tutti i sensi, perché si è formato attraverso l’esposizione ai diversi sapori conosciuti per mezzo della dieta materna. Questa trasmissione dei sapori continua con il latte materno, e sarà solo con lo svezzamento che le papille gustative dei bambini e delle bambine inizieranno a conoscere in modo completo e autonomo il gusto degli alimenti. I/le lattanti non hanno una componente esperienziale e culturale tale da orientare le loro scelte alimentari, che verranno imposte loro dai genitori, dalla comunità e dal supermercato. Lo svezzamento diventa quindi il momento d’incontro tra il gusto dei piccoli e le preferenze dei grandi, incontro fondamentale in quanto è dimostrato che i comportamenti alimentari acquisiti nei primi anni di vita vengono mantenuti anche nell’età adulta. Le future scelte alimentari, positive o negative che siano, sono quindi influenzate sia dalla genetica che dall’ambiente circostante, e tendono a persistere nel tempo. Se è vero infatti che la sensibilità individuale e la preferenza per i cibi dolci o salati sono determinate dalla presenza di recettori specifici geneticamente preformati, lo sviluppo delle preferenze individuali per alcuni cibi rispetto ad altri è un processo complesso che coinvolge aspetti motivazionali e comportamentali.
Il rapporto dei bambini e delle bambine con il cibo è mediato dalla famiglia e dai primi contesti di socialità. Il condizionamento familiare avviene con la trasmissione di preferenze sugli alimenti, e con messaggi più o meno consapevoli rispetto alla gestione dell’alimentazione. Anche il genere, con il suo portato di stereotipi, rappresenta una determinante fondamentale nell’influenzare i comportamenti alimentari durante tutta la fase pre-adolescenziale, e anche successivamente
Nei primi anni di vita i bambini e le bambine tendono a vedere il padre come individuo alfa all’interno del nucleo familiare e a idealizzarne i comportamenti: un padre che al mattino trangugia velocemente un caffè senza fare colazione può facilmente condurre al rifiuto di quell’importante primo pasto della giornata. E a poco serve dire di farla: di fronte a messaggi contraddittori il/la bambino/a sceglie di seguire ciò che vede e non ciò che sente.
Superata la fase di innamoramento verso l’individuo alfa, sono i modelli di ruolo all’interno dei nuclei famigliari a diventare oggetto di emulazione: le bambine possono imitare più spesso le madri e i bambini i padri, e in tal modo esprimere “scelte di genere” nelle loro abitudini alimentari. Le bambine possono mostrarsi più inclini a scegliere frutta e verdura e a fare spuntini più leggeri rispetto ai bambini, che invece possono essere più propensi ai gusti “forti” come il salato e il saporito, e preferire la carne, o cibi più proteici e pasti più consistenti. Ma, al di là degli aspetti legati all’emulazione, anche le aspettative di genere che i genitori hanno nei confronti dei figli e delle figlie possono influenzare ciò che arriva nel loro piatto: se i genitori sono allineati, più o meno consapevolmente, a una concezione binaria della società che riconosce al maschio prerogative di forza fisica e di dominio, nel piatto dei bambini arriveranno quei cibi, come la carne, che secondo uno stereotipo culturale alimentano queste caratteristiche, oltre che assicurare l’apporto di energia necessario alla maggiore attività fisica che, sempre rincorrendo lo stesso stereotipo, fanno, possono o devono fare. Nel piatto delle bambine, invece, ci sarà il via libera alle verdure, a cibi più leggeri e ai dolci, sempre con un occhio verso quel chilo di troppo che potrebbe compromettere l’immagine di magrezza e bellezza a cui, come femmine, si sentiranno in dovere di corrispondere.
La presenza, fin dall’infanzia, di abitudini alimentari non corrette, condizionate anche dagli stereotipi di genere, è tra i principali fattori di rischio per lo sviluppo di condizioni patologiche nel corso degli anni successivi: iperalimentazione e squilibri nutrizionali possono gettare le basi per lo sviluppo di sindromi metaboliche tipiche delle malattie del benessere, come diabete, obesità e patologie cardiovascolari. Al contrario, un’attenzione rigida ed eccessiva alla qualità e alla quantità dei cibi assunti può rappresentare un modello di comportamento alimentare negativo, che può gettare le basi per lo sviluppo di disturbi del comportamento alimentare quali l’anoressia.
Promuovere fin dall’infanzia una dieta equilibrata e varia è essenziale per tutt*, indipendentemente dal genere. E, se interpretiamo la parola dieta nella sua accezione di stile di vita, accanto ai comportamenti alimentari corretti andrebbe promosso uno stile di vita inclusivo, che infranga quelle barriere di genere che impongono ruoli e modelli che fanno male alla salute della persona e dell’intera società.
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