Per una dieta sostenibile

Il consumo di cibo ha un impatto importante nella crisi climatica. La sfida globale del futuro è di ottimizzare il rapporto cibo e ambiente. Una strada in salita date le ingiustizie sociali le diseguaglianze economiche presenti in vaste aree del mondo che possiamo ovviare riducendo sensibilmente il consumo dei prodotti di origine animale, soprattutto la carne.
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Le carote, in gran parte composte per il 90% di acqua, perderanno parte della loro consistenza e del loro sapore, i cavoli e i cavolfiori diventeranno più amari, le melanzane e i pomodori si deformeranno, l’olio perderà parte del suo valore nutritivo. Le coltivazioni di patate, barbabietole, ceci e lenticchie subiranno una riduzione. La carne prodotta sarà di qualità nettamente inferiore, perché lo stress da caldo è pericoloso anche per gli animali. Le temperature elevate degli oceani porteranno al calo di alcune specie di pesci che spariranno dai nostri piatti.
Un futuro distopico? No, un quadro di realtà nel quale stiamo già vivendo: tutti i sistemi alimentari – agricoltura, allevamento, pesca – stanno cedendo sotto gli effetti del cambiamento climatico causato dall’uomo. La relazione tra cibo e clima è a doppio senso: l’agricoltura, gli allevamenti intensivi e l’intera filiera alimentare sono tra le principali cause del cambiamento climatico, il quale a sua volta colpisce in modo particolarmente grave i sistemi alimentari. Lo scorso anno il Regno Unito e l’Irlanda hanno subìto una carenza di pomodori dopo che il freddo intenso e prolungato in Spagna e Marocco si era abbattuto sui raccolti, mentre i coltivatori di patate dell’Irlanda hanno dichiarato che il clima secco aveva ridotto il raccolto di 1,9 milioni di chilogrammi. In India il prezzo della frutta è aumentato del 400% e le piogge torrenziali hanno impedito agli agricoltori di raccogliere il mais necessario per il mangime del bestiame. Anche la coltura delle olive e delle arance sono a rischio, come quelle necessarie per prodotti come la birra: un gruppo di ricercatori ha previsto che le future siccità potrebbero ridurre la produzione di orzo, importante anche come mangime per il bestiame del 17% a livello globale. Senza voler andare troppo lontano, In Italia nell’ultimo anno vi è stata una riduzione del 70% nella produzione di miele, del 60% di ciliegie e del 10% di grano e latte. Ciò è dovuto agli eventi climatici sempre più estremi e sempre più frequenti, che hanno un pericoloso impatto sui raccolti e sui prezzi degli alimenti, riducendo le scorte, destabilizzando i mercati e provocando impennate dei prezzi.
Per le persone più povere e vulnerabili, che vivono nelle aree del mondo in cui le capacità di adattamento al cambiamento climatico sono nettamente inferiori a quelle dei paesi ricchi e che spendono fino al 75% del loro reddito per acquistare cibo, le conseguenze possono essere disastrose. In molte parti del mondo le perdite dei raccolti e la morte del bestiame causate dal caldo rendono il cibo inaccessibile: 733 milioni di persone vanno a letto affamate ogni giorno; 2,8 miliardi di persone non sono in grado di permettersi una dieta sana a causa dei salari troppo bassi e della protezione sociale troppo debole a garantire un’alimentazione adeguata.
Il consumo di cibo ha un impatto importante nella crisi climatica: ciò che mettiamo nel piatto fa aumentare le emissioni di gas serra e contribuisce al surriscaldamento globale. La FAO in uno studio del 2021 stima che il 34% delle emissioni globali siano prodotte dalla filiera del cibo, che oltre alla produzione, comprende immagazzinamento, trasporto, imballaggio e gestione degli scarti alimentari. L’impatto alimentare di un alimento tiene conto di diversi fattori, quali l’emissione di gas serra in fase di produzione, l’uso del suolo [un esempio sono le deforestazioni cioè la sostituzione delle foreste con pascoli e coltivazioni intensive che comporta la distruzione degli habitat con conseguenze dirette sulle persone, sugli animali e sulla biodiversità], la quantità di acqua necessaria alla sua produzione e l’impatto dei fertilizzanti utilizzati.
Il settore dell’allevamento occupa un terzo delle terre abitabili perché i polli, i maiali e i vitelli che noi mangiamo a loro volta devono mangiare erba, cereali e mais, coltivazioni che hanno bisogno di grandi spazi e che vengono realizzate con l’agricoltura intensiva, dannosa per l’ambiente: i concimi chimici impoveriscono il suolo, i diserbanti rovinano piante utili per la vita degli insetti, i liquami inquinano le acque del sottosuolo. Le terre coltivate per gli allevamenti intensivi, inoltre, riducono gli spazi vitali degli animali selvatici.
Il consumo di carne, in particolare quella di manzo, ha sicuramente l’impatto negativo più grande: per ottenere un chilogrammo di carne bovina si consumano 19.525 litri di acqua, mentre per un chilogrammo di ortaggi di stagione ne bastano 335 litri. Anche nella classifica delle emissioni di gas serra la carne bovina è al primo posto producendo 26.230 grammi di anidride carbonica per chilogrammo di prodotto, la frutta è in un’ultima posizione. Per produrre un chilo di carne bovina sono necessari 127 metri quadri globali di terra, contro 3 metri quadri richiesti per un chilogrammo di ortaggi di stagione. Oggi, un terzo delle terre arabili è destinato alla produzione di cereali e leguminose utilizzate per la zootecnia intensiva: più distruggiamo le foreste, minore sarà la capacità globale di catturare anidride carbonica, prodotta naturalmente dagli animali durante la respirazione. Per finire, non dimentichiamo che i milioni e milioni di animali da allevamento sparsi in tutto il mondo, digerendo, attraverso le eruttazioni e le feci emettono metano, un gas ancora più nocivo per il clima dell’anidride carbonica.
Tutti vegetariani per il clima? Si stima che l’adozione di una dieta che riduca il consumo di carne del 75% [come quella Mediterranea, “semivegetariana”] porterebbe a un risparmio di 332 miliardi di tonnellate di CO2, l’equivalente di quanto è stato globalmente emesso negli ultimi 9 anni. Il tema è complesso e ha ovviamente un respiro globale: mentre in Europa e, in parte, negli Stati Uniti si registra un lieve incremento nel consumo di vegetali, è improbabile che ciò accada in Cina o nel resto dell’Asia, dove il consumo di carne è visto come un traguardo sociale, come è avvenuto per noi nel dopoguerra. La Cina, infatti, è diventata il maggior produttore di carne del mondo, con 88 milioni di tonnellate all’anno, quasi il doppio degli Stati Uniti, e l’Asia nel complesso è responsabile del 45% della produzione globale.
Il tema riguarda tutti noi, l’intera umanità. Parafrasando il famoso “effetto farfalla” con l’effetto bistecca, possiamo affermare che una bistecca in meno nei nostri piatti potrebbe comportare grandi cambiamenti sia al clima/ambiente, sia alla nostra salute. La sfida del futuro è proprio questa: far sì che sempre più persone riducano sensibilmente il consumo di carne. La strada, però, è in salita. Molte persone, soprattutto maschi, considerano la carne un alimento “identitario”, necessario per costruire muscoli e potenza, e quindi virilità, e ritengono che le proteine animali siano indispensabili per la sopravvivenza. C’è chi per ridurre il consumo di alimenti di origine animale si rivolge alle carni alternative come quella “vegetale”, o quella coltivata o sintetica, prodotta in laboratorio da cellule staminali [dei muscoli animali]. Ciò riduce sicuramente il sacrificio giornaliero di milioni di animali in tutto il mondo, ma vi sono ancora molti dubbi e poche certezze sui benefici che la carne sintetica, ad esempio, può portare alla salute e all’ambiente. Anzi, alcuni studi sembrano concludere che, in alcune circostanze, la produzione di carne sintetica potrebbe avere conseguenze più pesanti sull’ambiente e sui gas serra rispetto alla carne tradizionale.
La sostenibilità ambientale e alimentare dovrebbero essere promosse attraverso atti politici dei governi, ad esempio vietando la pubblicità dei cibi che fanno male o introducendo regole più severe per proteggere gli animali, o ancora dare maggiori finanziamenti ai coltivatori che decidono di rendere le loro imprese biologiche.
Qualcosa si sta muovendo, anche se qualcuno potrebbe pensare che sia troppo tardi. Si sta lavorando a nuove proposte per ottimizzare il rapporto tra cibo e ambiente e far sì che insieme imbocchino la stessa strada per la salute e la sostenibilità. Nel 2019 EAT-Lancet Commission on Food, Planet, Health ha riunito 37 scienziate e scienziati di fama internazionale, esperti/e in varie discipline e provenienti da 16 paesi, al fine di definire obiettivi scientifici globali per diete sane e una produzione alimentare sostenibile, che prevedono:
- un cambiamento delle abitudini alimentari
- un miglioramento della produzione alimentare
- una riduzione degli sprechi alimentari
È stata elaborata una sorta di “dieta planetaria salutare” – con tutti i dubbi sollevati dalla presenza nelle varie aree del mondo di ingiustizie sociali e disuguaglianze economiche che complicano la possibilità di una reale riuscita del piano dietetico – che ha lo scopo di suggerire all’umanità cosa e quanto mangiare per rimanere in salute e prevenire le malattie [e in questo si avvicina moltissimo alla dieta mediterranea], e allo stesso tempo salvaguardare il pianeta.
Perché le cose cambino, tuttavia, è importante che ognuno/a di noi abbia la consapevolezza del confine sempre più sottile che esiste tra l’abbondanza (nostra) e il disastro (globale). Il paradigma economico va cambiato ben oltre la declinazione democratica e “sostenibile” del neoliberismo. Il soddisfacimento dei nostri piaceri, a partire da quello gastronomico, non può essere il faro del nostro agire: rischiamo di abbuffarci oggi per morire di fame domani. E ciò non è sostenibile.
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