Lavorare in menopausa: oltre lo stigma e il pregiudizio

La menopausa è un problema chiave sul posto di lavoro, per le donne rappresenta la seconda causa di abbandono dell’attività lavorativa dopo la gravidanza. Stigma, pregiudizi, mancanza di supporto penalizzano le persone che stanno affrontando un processo naturale, ma spesso difficile.
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Considerato che la menopausa si verifica tra i 45 e i 55 anni di età, e che l’aspettativa di vita è molto aumentata negli ultimi decenni, le donne sono costrette a trascorrere un terzo e oltre della loro vita in menopausa. Otto donne su dieci oggi entrano in menopausa durante l’attività lavorativa, magari proprio negli anni in cui guadagnano di più o hanno più opportunità di carriera.
Senso di affaticamento, cali di memoria, ansia, confusione mentale, vampate di calore, disturbi del sonno, sbalzi di umore sono alcuni dei sintomi di perimenopausa e menopausa, che in molti casi possono manifestarsi in maniera così intensa da incidere in modo sostanziale sulla vita quotidiana delle donne e non solo. Anche gli uomini trans, infatti, sottoponendosi alla terapia ormonale per il cambio di sesso possono andare incontro agli stessi sintomi della menopausa delle donne cis, così come le donne trans che interrompono la terapia ormonale per la riassegnazione del sesso. Oltre a questi disturbi “minori”, il calo degli estrogeni può avere conseguenze ben più pesanti, come l’aumento del rischio cardiovascolare (infarto, ictus, ipertensione) e le patologie osteoarticolari, in particolare l’osteoporosi.
Intimina, che da decenni si occupa del benessere intimo delle donne, ha recentemente condotto un’analisi approfondita nel Regno Unito, in Spagna, in Italia e in Francia su un campione di 4020 persone in menopausa attualmente impegnate nel mondo del lavoro. L’81% delle intervistate ha affermato di aver sperimentato i sintomi della menopausa. Il 44,3% ha segnalato un impatto negativo sulla propria vita lavorativa a causa dei sintomi debilitanti che le ha costrette a ridurre l’orario, a usufruire di ferie o permessi non retribuiti, se non addirittura a lasciare il posto di lavoro stesso, con implicazioni pesanti sulla loro autostima e sulla rete delle relazioni sociali. Nonostante la diffusione del problema, le lavoratrici in menopausa riferiscono di sentirsi raramente supportate – complice il fatto che gli uomini occupano ancora la maggioranza delle posizioni di leadership in quasi tutti i settori -, rimarcando come vi sia una scarsità di dibattito pubblico su questo tema e come la narrazione culturale che l’accompagna venga connotata negativamente.
Nel Regno Unito l’Equality and Human Rights Commission (EHRC), che monitora e promuove la parità e il principio di non discriminazione, ha da poco pubblicato delle linee guida sugli obblighi dei datori di lavoro nei confronti delle loro dipendenti in menopausa specificando, in particolare, che i sintomi più invalidanti dovuti alla menopausa possono essere considerati una disabilità, per cui le lavoratrici che ne soffrono rientrerebbero tra le categorie protette dall’Equity Act, la legge britannica contro le discriminazioni sull’età e sul sesso. Il documento obbliga i datori di lavoro ad apportare “modifiche ragionevoli” per contrastare l’impatto sostanziale che la menopausa ha per le lavoratrici. Tra queste, consentire il lavoro da casa, abbassare le temperature in ufficio, adottare tessuti traspiranti per le divise di lavoro, garantire flessibilità di orario per far iniziare il lavoro più tardi a chi soffre di insonnia. Senza spingersi a patologizzare il corpo delle donne o a considerare una fase della vita come una disabilità, il documento è una presa di consapevolezza importante della necessità di un cambiamento. In Italia non esistono direttive nazionali in materia, demandata alle singole realtà lavorative.
Rimane comunque difficile pensare a un reale cambiamento senza abbattere lo stigma nei confronti della menopausa e dell’invecchiamento femminile.
Serve un approccio socio-culturale diverso da quello che vuole le donne eternamente giovani, belle e performative che rompa il silenzio sul tema e che garantisca che le persone in menopausa siano trattate con il sostegno che meritano e con dignità.
Nel linguaggio comune, alla menopausa prima o poi “ci si arriva”, e se ci si arriva vuol dire che è un percorso da compiere con una conoscenza sempre maggiore del proprio corpo e dei cambiamenti che lo attraversano. Aspettare di avere una frattura per rinforzare le ossa, ad esempio, o livelli di pressione elevati per ridurre l’apporto di sale, potrebbe essere troppo tardi: un’alimentazione sana e controllata come quella mediterranea e un’adeguata attività fisica possono aiutare a prevenire quanto più possibile l’insorgenza di queste patologie. Visto che i disturbi legati alla menopausa, compresi quelli meno gravi ma sempre fastidiosi, sono conseguenti al calo improvviso degli estrogeni, un’alimentazione “arricchita” di alimenti contenenti fitoestrogeni – come la soia e i legumi in generale, o come le verdure e le crucifere in particolare – è un contributo efficace e sicuro per contrastare i disagi, oltre a rappresentare una valida alternativa per quelle donne che non possono o non vogliono iniziare una Terapia Ormonale Sostitutiva.
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