Disuguaglianze globali nel tumore al seno

A livello globale, si prevede che entro il 2040 l’incidenza di nuove diagnosi di tumore al seno supererà i 3 milioni all’anno, con un aumento più rapido nei Paesi a reddito medio-basso. Una traiettoria che non può essere accettata come inevitabile.
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Il tumore alla mammella è la neoplasia più diffusa e in aumento tra le donne di tutte le latitudini, con grandi variazioni geografiche: i tassi di incidenza sono, infatti, minori in alcune regioni come l’Asia centro-meridionale, mentre raddoppiano in Australia, Canada, Stati Uniti ed Europa occidentale e settentrionale. I numeri del cancro in Italia 2023 evidenziano che nel nostro Paese il carcinoma mammario rappresenta il 30% di tutti i tumori femminili, con un aumento stimato dello 0,2% annuo nei prossimi decenni. Dalla fine degli anni Novanta il progresso scientifico ha migliorato notevolmente l’evoluzione di questo tumore, riducendo il tasso di mortalità soprattutto nei Paesi ad alto reddito dove vi sono più persone che possono permettersi l’accesso alle cure.
Il primo fattore di rischio quindi è l’essere donna. Il secondo è la condizione socio-economica di chi si ammala, fattore determinante di salute e di malattia per tutte le patologie oncologiche, ma che le donne, già vittime di disparità finanziarie, pagano maggiormente. Un recente studio di Jama Network Open ha calcolato la presenza di difficoltà economiche nel 35,3% delle donne con cancro al seno nei Paesi ad alto reddito e nel 78,8% di quelli a medio reddito dove sono più marcati i divari di genere, etnici e socio-economici. Nel nostro Paese le disuguaglianze in termini di attuazione e adesione a un programma di screening e di conseguenza l’incidenza e la sopravvivenza del tumore al seno, sono molto marcate e condizionate dall’appartenenza geografica. All’interno della fascia di età 50-69 anni la percentuale di popolazione femminile che si sottopone allo screening mammografico nelle regioni settentrionali è del 84% contro il 63% delle regioni meridionali, con picchi minimi in Campania (54%) e in Calabria (58%), dove è carente lo screening organizzato dal Sistema Sanitario, unica reale possibilità di fare prevenzione per le donne meno istruite o con maggiori difficoltà economiche, a cui mancano strumenti per effettuare screening spontanei.
Accanto a familiarità e genetica, i principali fattori di rischio per lo sviluppo del tumore al seno sono rappresentati dalla salute riproduttiva, come l’età della prima mestruazione e della menopausa, o ancora l’età della prima gravidanza e dell’allattamento al seno, e dagli stili di vita. Nei Paesi ad alto reddito, più che in quelli a reddito medio-basso, si è stimato che un quinto dei decessi per questa tipologia di cancro sia attribuibile al consumo di alcol, all’obesità e alla sedentarietà, tant’è che la progressiva diffusione degli stili di vita “occidentali” è considerata uno dei motivi dell’incremento della diffusione di tumori mammari anche nei Paesi in via di sviluppo.
A livello globale, si prevede che entro il 2040 l’incidenza di nuove diagnosi di tumore al seno supererà i 3 milioni all’anno, con un aumento più rapido nei Paesi a reddito medio-basso. Una traiettoria che non può essere accettata come inevitabile. Occorre innanzitutto investire nell’educazione sui fattori di rischio, combinandola con interventi politici che incentivano e sostengono un cambiamento duraturo nei comportamenti della popolazione, ad esempio respingendo al mittente il marketing di prodotti alcolici. E occorre operare per la reale riduzione delle disuguaglianze sanitarie, colmando innanzitutto il divario di genere e garantendo un accesso equo alla prevenzione e alla cura come diritto fondamentale, cosa che non pare essere all’orizzonte della recente legge sull’autonomia differenziata approvata nel nostro Paese.
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