Quando il profitto soffoca la salute

Quando il profitto soffoca la salute
Nessun settore sanitario può considerarsi immune dalla logica del profitto. Le aziende farmaceutiche, gli ospedali e persino la pratica medica quotidiana sono sempre state governate dalle logiche del mercato che trasformano la malattia in affare
L’obiettivo al centro dei lavori del G7 sulla salute, tenutosi ad Ancona e presieduto dal nostro Paese, doveva essere quello di rafforzare la prevenzione e di promuovere l’interconnessione tra salute umana, animale e gli ecosistemi, con un approccio olistico One Health. In realtà, l’Italia non ci ha fatto un gran bella figura. Tra i sette Paesi che fanno parte dell’esclusivo club dei G7, l’Italia è risultata in ultima posizione per la spesa sanitaria pubblica, che si attesta attorno al 6,2% del Pil, ben al di sotto di quel 6,5% che secondo l’OMS è il minimo per non mettere a rischio la salute pubblica. Siamo il fanalino di coda, una posizione che negli ultimi decenni abbiamo mantenuto ben salda, come confermato dal trend della spesa sanitaria pubblica pro-capite nel periodo 2008-2023, durante il quale i tagli sistematici e gli investimenti insufficienti hanno minacciato l’esistenza di un sistema sanitario equo e sostenibile.
Nessun settore sanitario può considerarsi immune dalla logica del profitto. Le aziende farmaceutiche, gli ospedali e persino la pratica medica quotidiana sono sempre state governate dalle logiche del mercato che trasformano la malattia in affare. Nel settore delle specializzazioni mediche, ad esempio, esiste una competizione sfrenata per accedere a quelle che, un domani, risulteranno essere le più redditizie nella libera professione, mentre vi è un elevato tasso di abbandono, durante il corso di studi, per quelle specialità che, pur essendo fondamentali per il funzionamento del sistema sanitario pubblico, risultano essere meno remunerative, come la medicina d’urgenza. Per continuare con gli esempi, i medici “gettonisti”, a cui le aziende sanitarie pubbliche ricorrono attraverso cooperative per colmare le carenze di personale medico regolare o per coprire turni particolarmente intensi, percepiscono compensi di 130/170 euro l’ora per un minimo di 1500 ore all’anno. Il calcolo del reddito annuale di un “gettonista” è presto fatto, e non c’è da meravigliarsi se la loro presenza negli ospedali pubblici supera quasi del doppio quella dei dipendenti.
Ci troviamo di fronte, indubbiamente, a scelte personali individualistiche e in molti casi orientate al profitto, ma troppo spesso queste scelte sono favorite da politiche ad hoc. È un vero business, a danno del principio della cura universalistica garantita, cura già di per sé compromessa dagli obblighi di produttività, a loro volta determinati dalle esigenze del budget più che dai tempi della cura, che spesso contrastano con le ragioni per cui molti e molte hanno scelto di intraprendere una carriera in ambito sanitario, con conseguente demoralizzazione o disimpegno. Se aggiungiamo che tra i Paesi del G7 siamo ultimissimi anche per gli stipendi del personale sanitario, il quadro della disaffezione della classe medica rispetto alla professione in ambito pubblico è completo. Se è vero che nei medici sopravvive una grande passione per il loro lavoro, è vero anche che in tanti e tante stanno cercando luoghi diversi dall’ospedale pubblico dove realizzarla. Il sistema sanitario pubblico senza il suo personale medico e infermieristico non esiste e gli ospedali rischiano di trasformarsi in quinte teatrali anche se ammodernati dal punto di vista tecnologico e digitale.
Ciò che è cresciuta a dismisura è la spesa sanitaria out of pocket, comprendente tutto ciò che le persone pagano di tasca propria per curarsi. La spesa sanitaria a carico dei cittadini è passata da 28,13 miliardi nel 2016 a 40,26 miliardi nel 2022. In definitiva, i tagli alla sanità pubblica hanno creato un ricco mercato privato nel quale fioriscono costantemente nuovi soggetti e nuove imprese, che a loro volta orientano gli investimenti. Se poi ai privati viene data anche la possibilità di selezionare la tipologia dei pazienti da curare e le prestazioni da erogare, lasciando al pubblico quelle meno remunerative o più complesse, si comprende come la corsa per entrare nel sistema privato sia inarrestabile. Così, però, si perdono sia l’universalità che l’equità del sistema sanitario, con il risultato che ad accedere alle cure è solo chi può permetterselo. I dati evidenziano che nel 2022 quatto milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi, non potendosi pagare l’assistenza sanitaria privata. La quota della rinuncia alle prestazioni sanitarie cresce all’aumentare dell’età, proprio quando ci sarebbe più bisogno di ricorrere a cure mediche. E, manco a dirsi, si confermano le ben note differenze di genere: la quota di rinuncia è pari al 9% tra le donne e al 6,2% tra gli uomini, con un divario che, secondo il rapporto BEST dell’Istat, si è ampliato ulteriormente nell’ultimo anno per l’aumento registrato tra le donne adulte.
Accanto al proliferare delle strutture private va considerata anche l’aziendalizzazione dei servizi sanitari, frutto del pensiero politico neoliberale, che ha introdotto modelli di mercato all’interno dell’amministrazione pubblica, così da ridurre le spese e migliorare la qualità. Spostando l’obiettivo dal produrre salute al produrre profitti, le USL (Unità Sanitarie Locali) sono state trasformate in ASL (Aziende Sanitarie Locali), come qualsiasi azienda che si occupa di merci. Inoltre le ASL, essendo enti autonomi, vengono remunerate a prestazione, e più prestazioni vengono eseguite più alte sono le remunerazioni, e per erogare più prestazioni viene ridotto il tempo di degenza ospedaliera, anche per quegli interventi che richiederebbero un’ospedalizzazione maggiore e una cura più adeguata.
Migliorare la qualità e nel contempo ridurre le spese è una contraddizione in termini. Così come sono solo trucchi propagandistici i proclami dell’attuale governo, non diversi da quelli dei precedenti, che sbandierano di non tagliare la spesa sanitaria nella legge di bilancio: se la spesa sanitaria non verrà tagliata vuol dire che anche quest’anno non aumenterà, e per un Paese come l’Italia, al 16° posto in Europa come spesa sanitaria pubblica con il 6,2% del Pil contro il 6,8% della media europea, non aumentarla mentre continua ad aumentare l’inflazione, vuol dire affossarla ulteriormente.
Al centro di una sanità che fa business non c’è il malato, ma la malattia. Perché sulla malattia è possibile trarre profitto, e la corsa al profitto alimenta un circolo vizioso che parte da lontano. Il consumo di alimenti industriali ultra-processati, ad esempio, aumenta il rischio di sviluppare malattie metaboliche e cardiovascolari. Quindi, se da una parte quindi le industrie traggono profitto vendendo prodotti dannosi per la salute, dall’altra guadagnano ulteriormente vendendo cure sotto forma di servizi ospedalieri, integratori e farmaci.
L’industria farmaceutica nel mondo occidentale è completamente privata, con un business in continua crescita. Gli elevati profitti, ottenuti con i prezzi sempre più elevati dei farmaci, non servono a finanziare ricerche innovative volte a salvare vite umane, ma vengono utilizzati per comprare azioni delle stesse società, o vengono nascosti in paradisi fiscali, mentre viene ridotto l’accesso ai farmaci e frenata l’innovazione. Sono le grandi industrie farmaceutiche, le cosiddette Big Pharma, a indirizzare la ricerca scientifica e a dire quali sono i farmaci che “servono”. Il loro scopo è fare profitto, così si concentreranno sempre sui farmaci che, insieme ai pazienti, curano anche il loro guadagno e non investiranno certo sulla prevenzione che non è lucrativa.
La recente pandemia ha dimostrato il fallimento della ricerca dell’industria farmaceutica e dei governi che hanno affidato a essa la nostra difesa dalle malattie infettive. Il modello di business delle aziende farmaceutiche è focalizzato innanzitutto sulla produzione di farmaci che hanno come bersaglio di mercato le patologie croniche, che prestandosi a terapie di lungo termine garantiscono profitti nel lungo periodo. Le malattie infettive che danno luogo a epidemie locali non sono prioritarie: le persone guariscono, si immunizzano o muoiono in un lasso di tempo relativamente breve, non assicurando un mercato interessante su cui investire, a meno che i governi non offrano alle imprese farmaceutiche cospicui finanziamenti per spingerle a fare ricerca, come è successo per i vaccini contro il Covid-19. Ciò ha posto Big Pharma in una posizione di potere, anche e soprattutto nelle trattative con i governi mondiali, riuscendo, anche in una pandemia che ha fatto 16 milioni di morti nel mondo, a massimizzare i propri profitti e a creare un regime di monopolio tutelato dai brevetti, che ha reso i vaccini inaccessibili in molti Paesi a basso reddito, con il risultato di permettere al virus di mutare e persistere. Ma a Big Pharma non interessa la salute globale, bensì l’incremento dei profitti sul lungo periodo.
La scienza biomedica è di fatto prigioniera di una contraddizione insanabile tra le priorità della scienza per la salute e della scienza per il profitto. Un gruppo di lavoro coordinato dal prof. Massimo Florio dell’Università di Milano ha documentato la possibilità di costituire una sorta di Agenzia Spaziale Europea delle scienze biomediche europee. Il progetto, chiamato BioMed Europa, ha proposto la creazione di un organismo sovranazionale pubblico che gestisca un’infrastruttura di ricerca, sviluppo e produzione e che, attraverso anche accordi con il settore privato per la logistica e la distribuzione, possa coprire tutto il ciclo del farmaco, in tutti i campi in cui Big Pharma si rivela inadeguata. La proposta è stata attaccata pesantemente dai vertici dell’Unione Europea, ovvero da chi si è seduto attorno al tavolo del G7 la cui agenda, in questo quadro, è parsa del tutto priva di senso.
C’è bisogno di una rivoluzione culturale che rimetta la prevenzione al primo posto, senza aspettare che tanti si ammalino per curarne di più. C’è bisogno di decidere se dev’essere il mercato a dettare le regole della sanità, oppure gli interessi degli ammalati. Una cosa è certa: la salute non è una merce, e la sanità che fa business non potrà mai essere pubblica, né gratuita o universale.
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