Osteoporosi: una sfida di genere

In Italia più di cinque milioni di persone sofforono di osteoporosi. L’80% sono donne in post menopausa, ma l’impatto di questa patologia sul sesso maschile è tutt’altro che trascurabile
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L’osteoporosi è una malattia caratterizzata dalla perdita della massa ossea, a cui consegue un aumento del rischio di fratture anche per traumi minimi. È sicuramente una malattia “al femminile”, poiché si stima che in Italia ne soffrano più di cinque milioni di persone di cui l’80% sono donne in post menopausa, ma è anche vero che l’impatto di questa patologia sul sesso maschile è tutt’altro che trascurabile. Infatti, sia la mortalità che l’incidenza di malattie correlate all’osteoporosi – come quelle respiratorie e cardiovascolari – sono più elevate nel sesso maschile.
Nel nostro Paese circa il 20% delle fratture di femore e il 50% delle fratture di vertebre avviene nell’uomo, tuttavia il paradigma di genere sulla patologia genera, sia nel sesso maschile sia nella classe medica troppo spesso “miope” riguardo a questa problematica, una minore attenzione, con conseguenti sottovalutazioni o ritardi nella diagnosi, che spesso arriva dopo che si è già verificata la frattura.
La maggiore esposizione delle donne all’osteoporosi dipende da diversi fattori tra cui il contenuto di calcio nello scheletro, mediamente inferiore rispetto a quello dell’uomo, la maggior aspettativa di vita e, soprattutto, il rapido calo degli estrogeni che si registra in menopausa (tra i 45 e i 55 anni), che si associa a un’accelerazione della perdita di calcio dall’osso. Nei maschi, che partono in vantaggio rispetto alle donne per contenuto di calcio nello scheletro, e che vanno incontro a un declino graduale e non repentino della produzione degli ormoni sessuali, la malattia si verifica con un ritardo di circa 10-15 anni rispetto all’età in cui insorge nelle donne, e spesso è secondaria ad altre patologie, ovvero dipende da altre malattie che portano solo secondariamente alla perdita di matrice ossea.
Se pensiamo che in Italia circa un quarto della popolazione è ultrasessantacinquenne e che nel 2050 la percentuale di anziani salirà al 35%, non è difficile comprendere come l’osteoporosi sarà sempre di più una malattia dal forte impatto sociale. A incidere è, soprattutto, la riduzione della qualità della vita, associata alla necessità di avere un caregiver, seguita dalla perdita della capacità lavorativa e infine l’aumento della mortalità, tutti fattori che gravano sui costi a carico delle famiglie e del Sistema Sanitario Nazionale.
Qualche dato per orientarci: la mortalità per frattura del femore è del 5% nel periodo immediatamente successivo all’evento e del 15-25% a un anno di distanza. Nel 20% dei casi si ha la perdita definitiva della capacità di camminare autonomamente e solo il 30-40% dei soggetti torna alle condizioni precedenti alla frattura. Nonostante ciò, ancora oggi la maggior parte dei pazienti che subisce una frattura da fragilità non inizia alcuna terapia per l’osteoporosi. Il comitato scientifico di Fedios, la Federazione Italiana Osteoporosi e Malattie dello Scheletro, denuncia che il 71% delle donne che soffre di fragilità ossea non riceve cure adeguate o non ne riceve affatto. Sul fronte della collettività, gli ultimi dati nazionali parlano di oltre 9,4 miliardi di euro ogni anno a carico del SSN per ospedalizzazioni e trattamenti per le lunghe disabilità. Costi che potrebbero essere in gran parte risparmiati se da parte dell’autorità sanitaria venisse attuata una puntuale prevenzione, e se ci fosse una maggior presa di coscienza del problema da parte dei pazienti… preferibilmente prima che diventino tali.
La “qualità” del nostro osso si determina, infatti, soprattutto nei primi 25-30 anni di vita, il periodo della crescita e dello sviluppo. Si può quindi dire che la vera prevenzione dell’osteoporosi deve iniziare da giovanissimi. Chi al termine dello sviluppo ha raggiunto un picco alto di massa ossea avrà per tutta la vita un rischio minore di osteoporosi. In ogni caso, non è mai troppo tardi per la prevenzione, basta mettere in atto corrette abitudini di vita, a partire dall’alimentazione che fornisca un adeguato apporto di calcio e vitamina D, secondo i propri fabbisogni.
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