Il filo rosso tra cancro e spreco alimentare

C’è un sottile filo rosso che lega la Giornata mondiale contro il cancro e quella nazionale contro lo spreco alimentare che ci fa pensare che sensibilizzare non basta se non vengono messi in atto reali processi di cambiamento per ridurre le disuguaglianze sociali
Le giornate, nazionali o internazionali, dedicate a questo o a quel tema si sprecano. Alcune hanno il fiocchetto colorato a ricordarcelo e sono oggetto di campagne mediatiche di ampio respiro, altre riscuotono l’interesse solo di chi ha a che fare, a vario titolo, con l’argomento a cui si riferiscono, passando inosservate ai più. Hanno tutte lo scopo di sensibilizzare, ovvero di rendere le persone coscienti e partecipi del problema richiamandone l’attenzione e l’interesse. In questo particolare calendario, la Giornata mondiale contro il cancro precede di un giorno la Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, così come la Pasqua precede la Pasquetta, o Natale il Santo Stefano, due giornate a sé stanti, ma strettamente correlate le une alle altre.
Il World Cancer Day, promosso dalla Union for International Cancer Control e sostenuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, rappresenta un richiamo a riflettere su cosa è possibile fare per combattere il cancro, con un occhio speciale alla prevenzione. Nel 2024, in Italia sono state stimate 390.100 nuove diagnosi di tumore. La buona notizia è che, grazie soprattutto alle diagnosi precoci e alla ricerca scientifica con la messa a punto di nuove terapie, la metà delle persone che si ammalano è destinata a guarire e avrà la stessa aspettativa di vita di chi non ha sviluppato il cancro.
Ci sono però due dati su cui è bene focalizzare la nostra attenzione, se vogliamo che le campagne di sensibilizzazione producano qualche effetto. Il primo dato è che circa un tumore su tre è provocato dai comportamenti a rischio: nel nostro Paese quasi il 60% degli italiani consuma alcol, il 33% è in sovrappeso e il 10% è obeso, il 28% è sedentario ovvero non pratica sport né fa regolarmente attività fisica, il 24% fuma. Il consumo di alcol è correlato allo sviluppo di sette tipi di carcinoma, dalle neoplasie del cavo orale a quelle dello stomaco, del fegato e del colon retto. L’obesità rappresenta un fattore di rischio per dodici tipi di tumore, da quelli che colpiscono l’apparato digerente a quelli specifici del genere femminile. Il fumo, da solo, è responsabile del 25% dei decessi per cancro al mondo. Non serve una laurea in matematica per capire che la somma di più fattori aumenta il rischio di andare incontro a patologie oncologiche.
Il secondo dato su cui occorre riflettere è che alla diffusione dei fattori di rischio, e quindi all’incremento della possibilità di ammalarsi, concorrono le disuguaglianze economiche e sociali: peggiore è lo stato socioeconomico di partenza di un paziente oncologico e minori sono le possibilità che riesca a superare la malattia. Il problema è trasversale a tutti i tipi di cancro, ma emerge in maniera significativa per i tumori maggiormente prevenibili grazie ai comportamenti individuali. Non si tratta solo di un problema di capacità di spesa, ma anche di maggiore consapevolezza dei rischi e delle opportunità, oggi disponibili, per ridurre l’impatto sociale della malattia. Un quarto delle morti per tumore è associato a bassi livelli di istruzione, come rilevato dai dati pubblicati nel 2023 sul Journal of Public Health.
Su questo aspetto è fondamentale considerare anche la questione di genere: il divario nei tassi di mortalità per tumore si rileva soprattutto tra le donne, maggiormente colpite dalla povertà a causa delle barriere strutturali, delle discriminazioni di genere che limitano la loro partecipazione al mercato del lavoro e dello sbilanciamento nella distribuzione del lavoro di cura all’interno delle famiglie, che è causa di carriere interrotte e di guadagni inferiori nel corso della vita.
Ma cosa c’entra tutto questo con lo spreco alimentare?
I dati dell’Osservatorio Waste Watcher 2025 elaborati da Ipsos e Università di Bologna ci raccontano che gli italiani sprecano 617,9 grammi di cibo alla settimana, pari a 88,2 al giorno, e ciò ci costa 137,71 euro pro capite. Lo spreco è principalmente concentrato al Sud (+ 16%) e al Centro (+4%), aree in cui, parallelamente, è cresciuto del 17% e del 15% anche l’impoverimento alimentare delle famiglie. A sprecare di più sono le fasce più deboli, le stesse che hanno meno strumenti per aderire a stili di vita sani. La media italiana del sovrappeso certificata dall’Istat ci dice che l’obesità è legata al reddito familiare: là dove le risorse sono scarse o insufficienti, le quote di sovrappeso e obesità salgono al 30,4%; al contrario, dove la disponibilità economica è adeguata le quote scendono al 25,7%. Sappiamo quanto l’obesità sia un importante fattore di rischio per lo sviluppo dei tumori, e a detenerne il podio, soprattutto per quello che riguarda l’obesità infantile, sono le regioni del Sud Italia, le stesse che sprecano di più.

C’è quindi un sottile filo rosso che lega le due “giornate” e che ci fa pensare che sensibilizzare, per quanto sia importante, non è sufficiente se non vengono messi in atto reali processi di cambiamento per ridurre le disuguaglianze, offrendo a tutt* le stesse opportunità di accesso alla cura e a un sistema educativo, come base della costruzione di una società più giusta, equilibrata e consapevole, che pone il concetto di “imparare per tutta la vita” quale condizione essenziale di sopravvivenza dell’umanità.
Lascia un commento