La malnutrizione che non si vede

In Italia, un paziente su quattro è malnutrito al momento del ricovero ospedaliero, e la degenza spesso aggrava la situazione. La malnutrizione colpisce in particolare le donne anziane in povertà, evidenziando lacune sistemiche nell’assistenza nutrizionale. Affrontare il problema richiede un approccio olistico che integri salute, genere e giustizia sociale.
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In Italia, al momento del ricovero ospedaliero, 1 paziente su 4 è malnutrito, in difetto o in eccesso, e il dato più allarmante è che la degenza peggiora la situazione. Secondo gli esperti della Società Italiana di Nutrizione Artificiale più del 50% dei degenti non riceve un’adeguata assistenza nutrizionale e solo un terzo di chi non è in grado di mangiare da solo a causa della sua condizione riceve integratori alimentari o nutrizione artificiale, con il rischio di ulteriori complicazioni del quadro clinico per via di infezioni, ricoveri prolungati o ri-ospedalizzazioni. Il dato di per sé non sconvolge più di tanto: siamo abituati a vedere le persone che stanno male perdere peso e a pensare che quando staranno meglio – o saranno dimesse – si riprenderanno. In realtà, questo fenomeno riflette una mancata attenzione e una sottostima della malnutrizione sin dall’ingresso in ospedale, trattata come un semplice effetto collaterale della malattia.
Oltre a configurarsi come una ‘malattia nella malattia‘, con il rischio concreto di ridurre l’efficacia delle cure, è essenziale riconoscere che la malnutrizione è strettamente legata a due fattori chiave: la povertà e l’invecchiamento. Le fasce di popolazione a basso reddito si alimentano peggio, acquistano, indipendentemente dall’età, generi alimentari meno costosi e di bassa qualità, e sono maggiormente esposte al rischio di sviluppare patologie cardiovascolari, metaboliche e oncologiche. In particolare le donne, che mediamente vivono più degli uomini ma meno in salute, sono colpite in maniera sproporzionata dalla povertà rispetto agli uomini, a causa dei fattori socioeconomici che limitano la loro partecipazione al mondo del lavoro e aumentano il pericolo di vulnerabilità finanziaria. Essere donna, povera e anziana rappresenta una condizione di triplice svantaggio che acuisce in modo significativo il rischio di malnutrizione, un problema che il Sistema Sanitario appare ancora incapace di affrontare in modo efficace.
Ci troviamo di fronte a un paradosso assistenziale: chi è maggiormente a rischio riceve meno attenzioni. Le procedure di valutazione dei pazienti al loro ingresso in ospedale raramente tengono conto dell’intersezione di questi tre fattori di vulnerabilità. Da un’indagine conoscitiva realizzata nell’ambito dell’iniziativa “In Contatto” sulla nutrizione nei/nelle pazienti in oncologia – la maggioranza degli intervistati era di sesso femminile – risulta che 8 su 10 non ricevono una valutazione nutrizionale durante il percorso di cura, né al momento della diagnosi né dopo, e ciò nonostante le ripetute raccomandazioni e linee guida formulate dalla European Society for Clinical Nutrition and Metabolism (ESPEN). A tutto questo si somma la limitata considerazione dei fattori socioeconomici che spesso sono all’origine della malnutrizione, come dimostrato dal progetto NutritionDay, un’indagine internazionale sulla nutrizione ospedaliera che include anche nosocomi italiani. Le donne anziane, per una combinazione di fattori generazionali e culturali che le ha costrette per una vita a subordinare il proprio stato di benessere a quello della famiglia, tendono a minimizzare le proprie difficoltà economiche e nutrizionali, rendendo ancor più difficile identificare il problema senza una valutazione specifica.
A rigor di logica, nei pazienti ricoverati la nutrizione dovrebbe costituire un elemento centrale del percorso terapeutico: i pasti quotidiani serviti in ospedale dovrebbero garantire un adeguato apporto nutrizionale, favorendo così una migliore risposta alle cure mediche, che talvolta rappresentano la causa stessa delle difficoltà alimentari. La realtà degli ospedali racconta una storia diversa: la preparazione dei pasti è quasi sempre affidata a società di ristorazione collettiva esterne che operano con la logica del contenimento dei costi, i menu vengono standardizzati per ottimizzare la produzione con poca o nessuna attenzione alle esigenze individuali e le procedure delle gare di appalto vengono fatte con il criterio del massimo ribasso a discapito della qualità. Quello che dovrebbe essere un elemento importante del processo di cura rischia quindi di venire trasformato in un servizio alberghiero di qualità discutibile, sicuramente non personalizzato rispetto alle esigenze delle persone malate, riflettendo un ruolo riduttivo della nutrizione come componente integrante della terapia.
La malnutrizione ospedaliera rappresenta un campanello d’allarme di un Sistema Sanitario che fatica ad avere una visione olistica della salute, e che tenga conto delle vulnerabilità specifiche di genere. Per le donne anziane in condizione di povertà la malnutrizione non rappresenta soltanto un effetto collaterale della malattia, ma il riflesso di un’invisibilità che le accompagna oltre i confini dell’ospedale. Sono figlie di un sistema sociale che ha limitato la loro autonomia economica, relegandole spesso a lavori precari e mal retribuiti, con conseguenti pensioni insufficienti che impattano sulla loro capacità di nutrirsi adeguatamente. Hanno sviluppato l’abitudine a servire prima gli altri, accontentandosi di avanzi o porzioni più piccole, in un sacrificio silenzioso che è diventato la loro routine quotidiana: non è difficile immaginare che possano rifiutare i vassoi di cibo preconfezionato non per capriccio, ma perché culturalmente distante dalla loro esperienza.
Parlare di malnutrizione ospedaliera è quindi un invito ad allargare lo sguardo: non si tratta solo di migliorare la qualità dei pasti serviti, ma di riconoscere come la salute delle donne sia strettamente intrecciata alle diseguaglianze sociali e culturali che ne segnano l’esistenza. Significa ripensare ai protocolli ospedalieri in un’ottica di genere, riconoscendo che dietro la malnutrizione femminile anziana può esserci una biografia che parla di subordinazione dei propri bisogni a quelli altrui. Significa riconoscere che nutrire adeguatamente queste pazienti non è solo questione di calorie e proteine, ma di rispetto e riconoscimento della loro storia e della loro dignità.
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