Additivi: quello che l’etichetta non dice

Dalla produzione industriale all’uso degli additivi, fino alla distribuzione dei ruoli nella cura alimentare, il cibo che consumiamo ogni giorno è il risultato di scelte economiche, politiche e culturali che spesso sfuggono al nostro controllo. Ripensare questi meccanismi è un passo necessario verso un sistema più giusto e consapevole.
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Nel discorso pubblico su alimentazione e salute, emerge spesso una responsabilità silenziosa, ma costante, che ricade sulle donne. Si sostiene talvolta che l’ingresso femminile nel mondo del lavoro abbia avuto un impatto negativo sulle abitudini alimentari delle famiglie, come se la qualità del cibo dipendesse unicamente dal tempo e dalla cura che le donne possono ancora dedicare alla cucina. Questa narrazione è, in realtà, fortemente ideologica: scarica sulle donne la colpa di un sistema alimentare malato, ignorando il fatto che sono proprio loro ad aver sostenuto— in modo invisibile e gratuito — il peso della nutrizione domestica. Le donne, culturalmente incaricate della gestione del cibo e dell’alimentazione familiare, continuano a essere rappresentate come le principali responsabili delle scelte alimentari, anche in un contesto in cui queste scelte sono sempre più vincolate dalle condizioni economiche, dai ritmi frenetici e da un mercato alimentare fortemente manipolato.
La frenesia della vita moderna — per parafrasare un noto spot pubblicitario della fine degli anni Sessanta — ha trasformato radicalmente il modo in cui mangiamo, aumentando la richiesta di alimenti pronti o parzialmente pronti, esteticamente accattivanti e dalla lunga conservazione. Per rispondere a questa domanda, l’industria alimentare si affida in modo sistematico agli additivi, sostanze che vengono aggiunte agli alimenti per prolungarne la conservazione, prevenirne la contaminazione microbica e migliorarne l’aspetto, il sapore, la consistenza. L’impiego di additivi ha origine in tempi remoti; in epoca preindustriale, infatti, già si utilizzavano metodi di conservazione degli alimenti come, ad esempio, la salatura delle carni e del pesce o l’aggiunta di succo di limone a frutta e verdura per evitare che diventassero scure. Tali impieghi, già allora, non erano privi di rischi: sono noti casi di intossicazione causati dall’ingestione di alimenti preparati con additivi artigianali, quando non sottoposti ai necessari trattamenti per assicurarne la sicurezza.
L’uso degli additivi nella lavorazione degli alimenti è regolamentato dalla Food and Drug Administration (FDA) negli Stati Uniti e dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) in Europa. Gli additivi, quando presenti, devono essere indicati tra gli ingredienti degli alimenti; nell’Unione Europea sono tutti identificati da un numero preceduto dalla lettera E, raggruppati a seconda della loro funzione. Tuttavia, sebbene non tutti gli additivi siano pericolosi, il loro uso massiccio e continuativo — soprattutto nei prodotti ultra processati — è considerato dannoso per la salute. I rischi documentati includono disturbi del metabolismo, infiammazioni croniche e alterazioni del microbiota intestinale, il cui equilibrio è ormai riconosciuto come cruciale per la salute generale. Inoltre, come dimostrato da recenti studi, il vero pericolo sembra risiedere non tanto nei singoli additivi, quanto nella combinazione dei loro effetti. Una ricerca francese pubblicata su Plos Medicine — condotta nell’ambito del progetto NutriNet-Santé, che ha monitorato oltre 108.000 adulti dal 2009 al 2023 — ha individuato due tipologie di additivi che, qualora assunte combinate negli alimenti, aumentano significativamente il rischio di sviluppare un diabete di tipo 2: la prima è costituita dagli emulsionanti, dai conservanti e dai coloranti; la seconda comprende gli acidificanti, i regolatori di acidità, i dolcificanti artificiali e gli emulsionanti.
Questi dati non costituiscono solo un campanello d’allarme sanitario, ma mettono in discussione l’intera architettura del sistema alimentare contemporaneo, nel quale gli additivi svolgono un ruolo chiave. L’industria alimentare globale, guidata da logiche produttive e distributive, impone la creazione di alimenti standardizzati, progettati per durare nel tempo e attraversare grandi distanze. L’additivo è l’agente perfetto per ridurre i costi, aumentare la durata del prodotto, migliorarne l’aspetto e fidelizzare il consumatore. In altre parole, è il supporto strutturale ideale per il capitalismo alimentare, che non può prescindere da una logica di produzione in serie, di ricerca del profitto e di standardizzazione dei desideri, funzionali alle logiche del marketing. Senza che ce ne rendiamo conto, i nostri palati si adattano sempre più a sapori omologati, sempre più lontani da quelli naturali, mentre i nostri occhi si abituano a colori artificiali e vivaci che rendono il cibo desiderabile, allontanandoci da una relazione genuina con gli alimenti, dalla loro stagionalità e dal piacere del gusto autentico.
In questo senso, il tema degli additivi si inserisce pienamente in una riflessione più ampia sul controllo dei corpi attraverso l’alimentazione: è l’industria alimentare, con le sue logiche standardizzate, a decidere cosa dobbiamo mangiare, in che forma, e con quali effetti a lungo termine. Una questione non solo nutrizionale o scientifica, ma anche e soprattutto etica e politica.
Che fare, dunque, di fronte a questa realtà? La risposta più immediata dovrebbe essere quella di ‘riconoscere’ il cibo che acquistiamo, a partire dalla lettura consapevole delle etichette: se un prodotto contiene più di tre additivi, cambiamo prodotto. Tuttavia, la risposta non basta. È necessaria una presa di coscienza collettiva e un’azione politica capace di rimettere al centro il diritto a un cibo sano, consapevole e giusto. Da una parte, dobbiamo reimparare a riconoscere i sapori autentici e sostenere filiere locali e sostenibili; dall’altra dobbiamo esigere una trasformazione strutturale del sistema alimentare, che oggi privilegia il profitto a scapito della salute.
Un’alimentazione sana e sicura deve essere riconosciuta come un diritto universale, garantito a tutte e a tutti, non come un privilegio riservato a chi può permetterselo. Il cibo non è una semplice merce: è veicolo di relazione, cura e trasformazione di ciò che entra nei nostri corpi. Restituirgli il suo valore significa opporsi a un sistema che standardizza, impoverisce il gusto, incentiva il consumo rapido e seleziona i corpi secondo logiche di efficienza e profitto.
Ripensare il ruolo degli additivi alimentari è un passaggio cruciale per superare l’attuale modello alimentare. Non si tratta di demonizzare la chimica, ma di liberare il cibo dal dominio delle manipolazioni finalizzate al guadagno. Scegliere alimenti meno processati, sostenere pratiche produttive etiche, valorizzare i gusti autentici: sono gesti semplici, ma carichi di significato politico. Sono gesti di cura e attenzione, che rompono con l’automatismo del consumo e smascherano l’ideologia dell’indifferenza, una cura che, troppo a lungo, è stata delegata quasi esclusivamente alle donne, e che oggi deve essere riconosciuta come una responsabilità condivisa da tutta la collettività.
In questo senso nutrirsi non è solo un atto quotidiano, ma diventa anche un gesto politico: scegliere mercati contadini, gruppi di acquisto solidale, prodotti biologici e filiere corte significa sottrarsi alle logiche dell’industria alimentare dominante e sostenere un’economia del cibo più equa e trasparente.
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