
La fame non è una carestia. E’ un crimine
Nel mondo di oggi, la fame non è solo una tragedia umanitaria: è un’arma deliberata. Usata per punire, controllare, sterminare, attraversa i conflitti armati come una silenziosa macchina di morte. Dal Sudan alla Palestina, affamare è una scelta politica, non una conseguenza inevitabile. E finché il diritto internazionale tacerà, milioni continueranno a morire nel buio dell’indifferenza.
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Nel maggio 2018 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità la Risoluzione 2417, che riconosce il legame mortale tra conflitti e fame, e dichiara che l’uso della fame come arma può costituire un crimine di guerra. L’intento giuridico è chiaro: ostacolare deliberatamente gli aiuti alimentari in zone di conflitto può costituire un reato di guerra. Eppure, a oggi, nessun responsabile politico o militare è stato chiamato a risponderne. Non ci sono indagini aperte, né processi in corso. Il diritto internazionale sembra fermarsi ai proclami, mentre milioni di persone continuano a morire in silenzio. In compenso, ogni anno, il 7 giugno, si celebra la Giornata Mondiale della Sicurezza Alimentare, accompagnata da campagne e mobilitazioni per prevenire i rischi di origine alimentare e contribuire alla salute umana e allo sviluppo sostenibile. Sensibilizzare è indubbiamente importante, ma, se ogni anno il mondo appare più diseguale e affamato che mai, c’è qualcosa che non torna: l’85% dei 258 milioni di persone in condizioni di crisi alimentare vive in un paese in conflitto; per 117 milioni i conflitti rappresentano la causa principale e diretta della fame.
Sono trascorsi due anni da quando è scoppiata la guerra in Sudan: una guerra dimenticata, che non fa notizia ma che continua a uccidere, distruggere e affamare. La catastrofe umanitaria che sta vivendo il Sudan – unico paese ufficialmente afflitto dalla carestia – è la più grande del mondo: due terzi della popolazione hanno bisogno di aiuto, si contano più di 12 milioni di sfollati tra le aree interne del paese e i paesi confinanti, e 24 milioni di sudanesi affrontano la fame ogni giorno. Si teme che circa 2,5 milioni di persone potrebbe morire di fame entro la fine di quest’anno e che 3,7 milioni di bambini potrebbe soffrire di malnutrizione grave e anemia, con una probabilità di morte 11 volte superiore a quella di un bambino ben nutrito.
Sebbene le radici della fame in Sudan risiedano in anni di cattiva gestione economica, nell’eredità di guerre devastanti e nella siccità aggravata dalla crisi climatica, il fattore scatenante della carestia odierna è l’uso della fame come leva di potere. Le Forze di Supporto Rapido (RSF) e l’esercito regolare (SAF), i due principali attori del conflitto, hanno trasformato l’accesso al cibo in un campo di battaglia: i convogli umanitari vengono bloccati, i mercati bruciati, le riserve alimentari saccheggiate. In alcune zone, le milizie distribuiscono cibo in cambio di lealtà, militarizzando la fame e usandola per il reclutamento forzato o come mezzo di controllo della popolazione civile.
L’insicurezza alimentare viene così prodotta intenzionalmente: i centri urbani assediati, come Khartoum o El Fasher, sono al collasso, e intere regioni rurali sono tagliate fuori dagli aiuti internazionali. La carestia, in questo contesto, non è un effetto collaterale: è una tattica militare. È un modo per spopolare aree contese, spezzare la resistenza e distruggere la resilienza sociale.
A Gaza, la fame è deliberatamente inflitta. Dopo mesi di bombardamenti e blocco totale, il cibo viene trattenuto ai valichi di frontiera, mentre la popolazione civile si consuma lentamente in una carestia pianificata. Le autorità israeliane, imponendo il divieto d’ingresso ad aiuti vitali, violano apertamente il diritto internazionale umanitario. Secondo il reportage della rivista israeliano-palestinese +972mag, sono 70.000 i bambini malnutriti dall’inizio dell’offensiva israeliana. Per alcuni esperti indipendenti delle Nazioni Unite, ci troviamo di fronte a un “genocidio per fame”, un’arma silenziosa che accompagna quella delle bombe: il rifiuto sistematico di accesso agli aiuti equivale all’uso della fame come strumento di sterminio. Secondo il reportage della rivista Non è il cibo che manca, ma la volontà politica di farlo arrivare. Questo tipo di fame non è naturale, conseguente a calamità, ma progettata per punire un’intera popolazione, colpendo i più vulnerabili. (https://www.972mag.com/gazan-children-starving-israeli-siege/).
La fame, come molte altre forme di violenza, colpisce in modo diseguale. Le sue conseguenze sono profondamente segnate da fattori di genere, età, condizione sociale. Nelle crisi umanitarie, le donne e le bambine sono spesso le prime a saltare i pasti, le ultime a ricevere cure, le più esposte a pratiche di sfruttamento sessuale in cambio di cibo o protezione. La fame si intreccia con la violenza di genere, rendendola sistemica. In Sudan, l’insicurezza alimentare spinge molte famiglie a ricorrere a matrimoni precoci per “alleggerire” il carico economico. A Gaza, donne incinte e madri che allattano non riescono a nutrirsi adeguatamente, compromettendo la sopravvivenza propria e dei figli. In entrambi i casi, la fame distrugge non solo corpi, ma anche reti sociali, memorie, orizzonti di possibilità.
L’infanzia affamata è un destino collettivo: malnutrizione cronica, arresto della crescita, danni neurologici permanenti. Una generazione segnata dalla fame sarà anche una generazione più fragile, più diseguale, più controllabile. La fame, in questo senso, diventa un dispositivo politico di produzione di soggettività deboli, piegate, esposte al dominio.
Il Sudan e la Palestina non sono casi isolati. In diverse aree del mondo, la fame è usata come strumento di guerra, repressione o punizione collettiva. In Yemen – uno dei paesi più poveri del mondo arabo che convive dal 2014 con una guerra civile che ha ucciso più di 100.000 yemeniti – la coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha imposto un blocco navale che ha paralizzato l’accesso ai generi alimentari e ai farmaci, mentre i bombardamenti mirati hanno distrutto mercati, silos e impianti idrici. Milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari, ma questi sono spesso ostacolati, ritardati, politicizzati. Anche qui, la fame non è una conseguenza imprevista del conflitto, ma una sua precisa logica.
Lo stesso è avvenuto nella regione del Tigray, in Etiopia, dove tra il 2020 e il 2022 l’assedio imposto dal governo centrale ha impedito l’ingresso di aiuti, causando una carestia che ha colpito oltre cinque milioni di persone. Testimonianze e indagini parlano apertamente di fame usata per spezzare la resistenza, con l’intento di affamare non solo i combattenti, ma l’intera popolazione civile.
In Afghanistan, invece, la fame ha assunto la forma di una punizione internazionale. Dopo il ritorno dei Talebani, le sanzioni economiche e il congelamento degli aiuti esteri hanno fatto crollare l’economia e reso inaccessibili i beni di prima necessità. Bambine e bambini muoiono per mancanza di cibo e cure, mentre le donne sono colpite in modo sproporzionato dalla crisi: escluse dal lavoro, private dell’assistenza, costrette a scegliere tra la fame e la sottomissione
La fame non è una fatalità, ma una scelta politica. In Sudan, in Palestina, e in molte altre zone del mondo, è uno strumento di dominio, una tecnologia della guerra usata per disciplinare, svuotare, sterminare. Che si tratti di un assedio militare o della manipolazione del mercato alimentare, affamare una popolazione significa colpire la sua capacità di esistere, resistere, trasmettere la vita.
L’indifferenza della comunità internazionale e l’ipocrisia delle retoriche sulla “sicurezza alimentare” contribuiscono a rendere possibile tutto questo. Finché la fame sarà trattata come un disastro da gestire e non come una violenza da fermare, continuerà a essere un’arma potente nelle mani del potere. E ogni generazione affamata sarà anche una generazione a cui è stato sottratto il diritto a un futuro.
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