Diabete: l’epidemia delle disparità

Il diabete di tipo 2 rappresenta una delle sfide sanitarie più urgenti del nostro tempo, con previsioni che parlano di 1,3 miliardi di malati nel mondo entro il 2050. Questa “epidemia silenziosa” non colpisce a caso: si accanisce in modo sproporzionato su chi ha meno risorse, meno istruzione e minori opportunità, rivelando profonde disuguaglianze sociali ed economiche.
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Il diabete 2 è un killer che in tutto il mondo colpisce sempre più persone determinando una vera e propria epidemia silenziosa. In Italia, come mostra l’Italian Diabetes Barometer Report 2024, circa 3,9 milioni di persone nel 2022 hanno dichiarato di avere il diabete, pari al 6,6% della popolazione. Le epidemie, come ci ha insegnato il Covid-19, hanno ricadute che interessano e coinvolgono l’intera società, non solo gli individui direttamente colpiti dalla malattia. Un recente studio della rivista The Lancet ha risuonato come un vero e proprio campanello d’allarme: nel 2050 si stima che nel mondo i malati di diabete saranno 1,3 miliardi, ovvero una persona su dieci. I dati ufficiali non tengono conto del sommerso: per ogni due persone con una diagnosi di diabete, ce n’è almeno una che ne è affetta senza saperlo. Questo perché, entro certi limiti, il diabete può restare asintomatico a lungo e, se non lo si cerca attivamente, spesso non viene individuato.
Nel 90% dei casi, il diabete è una patologia legata all’età. Non a caso, un tempo si distingueva tra diabete di tipo 1, a insorgenza precoce durante l’infanzia o l’adolescenza e di natura autoimmune – in cui le cellule del sistema immunitario distruggono quelle pancreatiche responsabili della produzione di insulina – e diabete di tipo 2, comunemente definito “dell’età adulta”. Quest’ultimo rappresenta una patologia cronica caratterizzata da elevati livelli di glucosio nel sangue, dovuti a un’alterazione del meccanismo d’azione dell’insulina, nota come insulino-resistenza.
Il diabete di tipo 2 non è solo una delle malattie croniche più diffuse al mondo, ma anche una delle più ingiuste. Ingiusta perché colpisce in modo sproporzionato chi ha meno: meno istruzione, meno risorse economiche, meno accesso a informazioni sanitarie e a stili di vita salutari. A queste disuguaglianze se ne aggiunge un’altra, spesso trascurata: quella di genere. Tradizionalmente, il diabete è sempre stato più diffuso tra gli uomini, ma nel 2020 la percentuale di donne colpite ha raggiunto quella maschile. Questo andamento è determinato da diversi fattori, tra cui la maggiore longevità delle donne, che vivono più a lungo degli uomini ma spesso in condizioni di salute peggiori.
Tuttavia, a incidere in modo determinante sullo sviluppo del diabete e di altre malattie croniche sono soprattutto le disuguaglianze socioeconomiche. Le persone maggiormente colpite sono quelle le cui condizioni sono più disagiate, e spesso si tratta di donne. La situazione è ancora più critica per le donne migranti, che si trovano ad affrontare barriere linguistiche, culturali e istituzionali nell’accesso ai servizi sanitari. Molte di loro lavorano in condizioni precarie, prive di tutele, oppure non hanno un’occupazione, e vivono in contesti in cui la qualità dell’alimentazione è scarsa. L’intersezione tra genere, classe sociale ed etnia rende le donne migranti particolarmente vulnerabili al diabete, ma anche invisibili alle statistiche ufficiali e agli interventi di prevenzione. Il paradosso, infatti, è che il diabete di tipo 2 è largamente prevenibile attraverso modifiche dello stile di vita: alimentazione equilibrata, attività fisica regolare, controllo del peso corporeo. Eppure queste semplici misure preventive rimangono spesso inaccessibili proprio a chi ne avrebbe più bisogno. Come può una donna che lavora dodici ore al giorno in nero, senza pause adeguate, trovare il tempo per cucinare pasti sani o fare esercizio fisico? Come può una famiglia monoreddito permettersi alimenti freschi e di qualità quando i prodotti ultra processati costano meno?
Le disparità territoriali amplificano ulteriormente queste disuguaglianze. Nel Sud, dove la prevalenza del diabete raggiunge il 7,1% contro il 6,2% del Nord, si concentrano contemporaneamente maggiori difficoltà economiche, minori opportunità lavorative e spesso servizi sanitari meno capillari. Alcune aree interne del nostro Paese rappresentano veri e propri “deserti sanitari” dove l’accesso alla prevenzione e alle cure specialistiche diventa un privilegio geografico. Per contrastare efficacemente l’epidemia di diabete non basta l’intervento medico: servono strategie integrate che affrontino i determinanti sociali della salute. Sono necessari interventi intersettoriali, come politiche urbane che incentivino la mobilità attiva, la regolamentazione della pubblicità alimentare, la tassazione dei prodotti ultra-processati e misure di sostegno economico alle famiglie in difficoltà per facilitare l’accesso a cibo sano e di qualità.
Ma c’è un elefante nella stanza di cui si parla poco: il mercato. La prevenzione rappresenterebbe un risparmio enorme per i sistemi sanitari pubblici, ma spesso va in conflitto con gli interessi economici di settori industriali potenti. Un diabetico tipo 2 genera in media costi sanitari diretti di circa 3.000 euro all’anno, che salgono a oltre 7.000 euro in presenza di complicanze. Moltiplicato per milioni di pazienti, si tratta di un mercato da miliardi di euro che comprende farmaci antidiabetici, dispositivi per il monitoraggio, trattamenti per le complicanze. Una prevenzione efficace ridurrebbe drasticamente questi numeri, ma l’industria farmaceutica investe cifre enormi in ricerca e sviluppo di nuove terapie sempre più sofisticate e costose, mentre gli investimenti in programmi di prevenzione primaria rimangono marginali. Non è un caso che le campagne di sensibilizzazione siano spesso finanziate dalle stesse aziende che producono i farmaci per il diabete, creando un intrinseco conflitto d’interesse.
Anche l’industria alimentare ha le sue responsabilità: gli alimenti ultra processati, ricchi di zuccheri aggiunti e grassi saturi, sono tra i principali fattori di rischio per il diabete tipo 2, ma generano profitti enormi grazie ai bassi costi di produzione e alle strategie di marketing aggressive. Il fatto che il cibo spazzatura costi meno di quello sano non è una coincidenza, ma il risultato di precise scelte di politica industriale che spesso vanno nella direzione opposta rispetto alla tutela della salute pubblica.
La lotta al diabete passa necessariamente attraverso il riconoscimento che la salute è un diritto che va garantito a tutt*, indipendentemente dal genere, dalla classe sociale, dal paese di origine o dal codice postale. Ma richiede anche la volontà politica di affrontare i conflitti d’interesse strutturali, mettendo al primo posto la salute e il benessere delle persone, anziché i profitti di settori che prosperano sulla malattia.
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