Generazioni affamate: la fame come strategia

La fame e la malnutrizione nel mondo non sono soltanto una tragedia umanitaria, ma una leva politica e sociale, un potente strumento di controllo capace di minare alla radice la salute di generazioni future e, con essa, la possibilità stessa di autodeterminazione delle popolazioni
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L’ultimo rapporto Hunger Hotspot pubblicato dalla FAO e dal PAM (Programma Alimentare Mondiale) segnala che a livello globale cinque paesi – Gaza, Sudan, Sud Sudan, Haiti e Mali – si trovano al livello massimo di insicurezza alimentare. Altre zone a rischio di fame sono la Nigeria, il Burkina Faso e la Repubblica Democratica del Congo dove si è intensificato il conflitto nelle regioni orientali. I conflitti armati – uniti allo shock economico e agli eventi climatici estremi – sono la principale causa della catastrofe alimentare. Sempre secondo i dati della FAO nel 2024 sono nati almeno 18,2 milioni di bambini e bambine nella condizione in cui la fame è la loro unica realtà.
La distanza tra i dati e l’obiettivo 2 dell’Agenda 2030 dell’ONU, che si prefigge di sconfiggere la fame nel mondo, è siderale. Per comprendere la vasta portata della malnutrizione nel mondo, non solo nell’immediato presente ma anche in relazione alle generazioni future, facciamo un passo indietro nella storia. Durante il rigido inverno del 1944, i Paesi Bassi, allora occupati dal regime nazista, furono colpiti da una grave carestia che causò la morte di circa 20.000 civili. In quello che è passato alla storia come l’“inverno della fame” – protrattosi fino al maggio 1945, quando il paese fu liberato dagli Alleati – molte persone affrontarono viaggi di centinaia di chilometri per raggiungere zone in cui poter barattare beni preziosi con un po’ di cibo. Questa carestia rappresenta un caso unico nella storia: è l’unica di cui si conoscano con precisione l’inizio, la fine e, soprattutto, gli effetti a lungo termine della malnutrizione materna sullo sviluppo fetale. Le ricerche mostrarono che i bambini esposti alla fame durante la gestazione presentavano, rispetto a quelli nati prima o dopo quel periodo, un rischio significativamente maggiore di sviluppare obesità, ipertensione, diabete di tipo 2 e disturbi psicopatologici come schizofrenia e depressione. I sopravvissuti all’“inverno della fame” furono seguiti per tutta la vita, e le loro condizioni di salute – segnate dall’occupazione nazista – offrirono dati preziosi sugli effetti a lungo termine della malnutrizione. È emerso che ciò che accade a una madre durante la gravidanza può influenzare non solo i figli, ma anche le generazioni successive, attraverso meccanismi epigenetici: modifiche nell’espressione dei geni che, pur non comportando mutazioni nel DNA, possono essere ereditate.
Se c’è una lezione che il 1944 ci ha lasciato è che la fame non si limita a lasciare cicatrici individuali: i suoi effetti possono propagarsi nel tempo, incidendo sulla salute collettiva di intere generazioni. E oggi, col moltiplicarsi di nuove crisi, assistiamo a una replica su scala globale. Delle conseguenze della fame e della malnutrizione si parla ancora troppo poco. La malnutrizione cronica compromette profondamente la salute delle donne in gravidanza e durante l’allattamento, aumentando il rischio di parti prematuri e di mortalità neonatale. I bambini e le bambine che nascono prima del termine affrontano pericoli gravissimi: il loro sistema immunitario, ancora immaturo, li espone a infezioni e complicazioni, mentre la difficoltà ad assumere un’alimentazione adeguata compromette ulteriormente le loro possibilità di sopravvivenza e sviluppo.
Particolarmente critici sono i primi 1000 giorni di vita (dal concepimento al secondo compleanno), periodo in cui un’alimentazione adeguata può determinare la traiettoria futura della salute. Gli effetti della malnutrizione infantile vanno ben oltre il piano fisico: ostacolando lo sviluppo cognitivo, compromettono la capacità futura dei bambini e delle loro comunità di costruirsi un sostentamento futuro. Esistono aree del mondo in cui le prossime generazioni saranno costituzionalmente fragili, deboli. È questa condizione di vulnerabilità strutturale e continuativa che apre gli scenari più preoccupanti: una popolazione denutrita, impoverita e priva di accesso ai diritti fondamentali non è soltanto più esposta a malattie e mortalità, ma è anche più facilmente manipolabile, controllabile e soggetta a forme di dominio esterno. Le comunità fragili diventano terreno fertile per l’influenza di attori politici, militari o economici che sfruttano la fame e il bisogno come strumenti di potere, ricatto e controllo.
La fame e la malnutrizione dunque, non sono soltanto una tragedia umanitaria, ma rappresentano una leva geopolitica e sociale, un potente strumento di controllo capace di minare alla radice la salute di generazioni future e, con essa, la possibilità stessa di autodeterminazione delle popolazioni. Le crisi alimentari, se affrontate in modo superficiale, senza coglierne la complessità, rischiano di diventare armi silenziose nelle mani di chi vuole governare attraverso la dipendenza e la paura.
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