Etichette, uomini e altri stereotipi

Alimentazione, salute e prevenzione: quando il benessere maschile è ancora delegato alle donne. Gli uomini leggono meno le etichette alimentari, ma sono più colpiti da malattie legate alla cattiva alimentazione. Anche nella prevenzione, il modello culturale resta lo stesso: una delega silenziosa alla responsabilità femminile.
L’etichetta alimentare non è solo un insieme di dati tecnici o un obbligo normativo per le aziende, ma è, prima di tutto, uno strumento di trasparenza e di autodeterminazione. Leggere correttamente le informazioni riportate consente a chi consuma di compiere scelte più consapevoli, allineate alle proprie esigenze nutrizionali, etiche e ambientali. Dalle calorie ai grassi saturi, dagli zuccheri agli additivi, ogni elemento riportato sull’etichetta rappresenta un piccolo tassello di un puzzle più ampio: quello della nostra salute. Nel mercato alimentare attuale, caratterizzato da una vastissima offerta di prodotti, spesso molto simili tra loro nella forma e nel packaging, riuscire a decifrare correttamente le informazioni nutrizionali è fondamentale. Ma Il diritto a essere informati e informate va di pari passo con il dovere di informarsi: non basta acquistare con gli occhi o con la fretta, bisogna imparare a leggere oltre la superficie per evitare scelte dettate solo dal marketing o dall’abitudine.
Continuano, tuttavia, a essere ancora troppe le persone che sottovalutano le informazioni fornite dalle etichette, in particolare gli uomini. I dati dicono che i maschi leggono molto meno le etichette. Secondo un’indagine statunitense sulla salute e la nutrizione (National Health and Nutrition Examination Survey), tra coloro che dichiarano di leggere raramente le informazioni sui prodotti alimentari, il 65% è composto da uomini. Ma se la lettura dell’etichetta non rientra tra le letture preferite del pubblico maschile, non sarà mica colpa delle donne?
Sappiamo che gli stereotipi culturali e sociali hanno storicamente assegnato d’ufficio alla donna il ruolo della “nutrizionista di casa”. Sono ancora le donne a preoccuparsi dell’alimentazione del nucleo familiare, a scegliere cosa si mangia, a leggere i valori nutrizionali, a confrontare le tabelle. Gli uomini? Quando va bene si fidano, oppure si disinteressano del tutto, forti della convinzione – conscia o meno – che la cura della salute alimentare rientri in quelle competenze “naturali” del genere femminile, madre, moglie o compagna che sia. Peccato, però, che proprio gli uomini, meno attenti quando si tratta di scegliere alimenti sani, siano i più colpiti dalle patologie cardiovascolari legate alla cattiva alimentazione: i dati evidenziano che, anche in caso di rischio conclamato per qualche condizione (obesità, ipertensione, ipercolesterolemia, diabete) che imporrebbe più cautela nella dieta, i maschi continuano a non leggere le etichette o a intrepretarle in maniera scorretta.
Questa dinamica di delega inconsapevole, ma molto comoda, non si ferma al cibo. La ritroviamo anche nella prevenzione sanitaria. In Italia da alcuni anni esistono gli ospedali “bollino azzurro” dedicati alla prevenzione della salute maschile, in particolare del tumore alla prostata. Tale iniziativa, voluta da Fondazione Onda – Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, sottende che la maggior parte degli uomini esegue visite specialistiche grazie al ruolo svolto dalle proprie partner. La comunicazione, infatti, punta sul concetto di “salute di coppia” e sul potere che le donne avrebbero nello spingere i maschi a fare i controlli. E’ come se dicesse: “Caro uomo, tu magari non te ne occupi, ma se tua moglie insiste magari il controllo lo farai”. È un copione già visto, la stessa narrazione che accompagna l’alimentazione, o appunto… la lettura dell’etichetta.
Rovesciare questo modello richiede un investimento serio e strutturale nell’educazione alimentare e, più in generale nella prevenzione, che parta fin dall’infanzia, e che sia finalmente svincolato dai ruoli di genere. La salute maschile non è un’estensione della responsabilità femminile. Non è un affare di coppia o di famiglia, ma una questione personale, adulta e consapevole. Ed è ora che anche gli uomini lo capiscano: guardare un’etichetta non toglie virilità, semmai aggiunge anni di vita.
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