Il cibo che nutre o ci distrugge

I sistemi alimentari sono indicati come i principali responsabili della violazione di cinque delle nove soglie critiche che regolano l’equilibrio della Terra, tra cui il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, l’uso del suolo, l’inquinamento da azoto e fosforo e l’introduzione di nuove sostanze chimiche come i pesticidi.
Senza cambiamenti sostanziali nel sistema alimentare, la sola transizione verso un’energia più pulita non sarebbe sufficiente a evitare gli effetti peggiori del cambiamento climatico. È il monito della Commissione EAT Lancet che ha pubblicato il secondo rapporto di valutazione dell’impatto dei sistemi alimentari nel superamento dei limiti degli ecosistemi. Tradotto, significa che il modo in cui produciamo e consumiamo cibo sta spingendo il pianeta oltre i suoi limiti ecologici. I sistemi alimentari sono indicati come i principali responsabili della violazione di cinque delle nove soglie critiche che regolano l’equilibrio della Terra, tra cui il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, l’uso del suolo, l’inquinamento da azoto e fosforo e l’introduzione di nuove sostanze chimiche come i pesticidi.
Ma l’impatto va oltre le questioni ecologiche: il sistema alimentare, dalla produzione alla distribuzione, provoca profonde disuguaglianze. Secondo il rapporto, 3,7 miliardi di persone – quasi la metà della popolazione mondiale – non hanno accesso a cibo sano, a un ambiente pulito o a un reddito dignitoso. Solo lo 0,8% della popolazione mondiale vive oggi quello che gli esperti definiscono uno “spazio sicuro ed equo”, ovvero una condizione in cui i bisogni alimentari sono soddisfatti senza compromettere i limiti del pianeta. Al contrario, il 30% della popolazione consuma e spreca risorse in modo eccessivo ed è responsabile di oltre il 70% degli impatti ambientali legati all’alimentazione. In altre parole, i più ricchi stanno divorando il pianeta a colazione, pranzo e cena e lo stanno rendendo instabile per tutti, inclusi loro stessi.
Il cibo è quindi il punto di incontro tra salute umana e salute della Terra.
Quasi il 90% della deforestazione nelle zone più ricche di biodiversità come l’Amazzonia, dipende dal cibo che consumiamo: il report fornito dalla campagna “Our future” del WWF calcola che ogni italiano è responsabile della deforestazione di 6 mq ogni anno. A suddividersi la torta della distruzione delle foreste sono cinque alimenti: la carne bovina, che pesa all’80%; la soia prodotta per alimentare il bestiame, che pesa per 15%; il cacao, il caffè e i latticini, la cui produzione impatta per il restante 5%. La produzione di carne bovina rappresenta quindi la principale causa del disboscamento che sta portando l’Amazzonia al punto di non ritorno.
Se l’Amazzonia ci sembra lontana, in termini di impatto ambientale, l’allevamento intensivo di bestiame mostra le sue criticità anche in Italia, soprattutto in Pianura Padana. In Lombardia, per esempio, oltre il 50% dei PM10 è causato da composti di ammoniaca, il gas rilasciato da liquami zootecnici, e campi troppo intensamente fertilizzati con urea e letame. L’aumento di ammoniaca porta a incrementare il livello di particolato secondario e quindi lo smog nell’aria. Ad aggravare la situazione c’è la concentrazione di capi di bestiame per ettaro: In Lombardia l’intensità di allevamento si colloca ai vertici europei nel confronto con tutte le altre regioni. Il territorio, infatti, ospita il 25% dei bovini e il 50% dei suini italiani. A questo si aggiunge l’aggravante che, rispetto ad altri settori in cui è stato fatto tanto per ridurre le emissioni, in quello zootecnico gli sforzi rimangono insufficienti. Lo scorso anno, ad esempio, l’Unione Europea ha approvato una nuova direttiva sulle emissioni industriali, che fissa livelli più stringenti anche per gli allevamenti intensivi, tenendo però fuori proprio quelli dei bovini, la cui inclusione sarà valutata a partire dal 2026. Una “dimenticanza” non da poco.
Se il sistema che ci nutre è lo stesso che sta impoverendo la Terra, allora risulta evidente l’impossibilità di risolvere la crisi climatica, della biodiversità e della salute umana, senza una profonda trasformazione dei sistemi alimentari globali. La Commissione EAT-Lancet propone un modello chiaro: la Planetary Health Diet, una dieta che, tenendo conto delle diversità culturali e delle preferenze individuali, privilegia alimenti vegetali poco trasformati, con un consumo moderato di prodotti animali come carne e latticini.

Idealmente, se l’intera popolazione mondiale scegliesse per sé questa dieta, le emissioni di carbonio legate al settore alimentare calerebbero di oltre il 15% rispetto al 2020, e del 20% se oltre a mangiare bene dimezzassimo perdite e sprechi di cibo. Sotto questo ottimistico scenario si verificherebbe anche una riduzione del 7% dell’utilizzo di terre usate per l’agricoltura, un bel respiro per il ripristino di biodiversità.
La nostra salute è strettamente correlata alla salute del pianeta. Proprio qualche mese fa The Lancet aveva pubblicato un ampio studio europeo, Italia inclusa, che aveva evidenziato come un’alimentazione a base vegetale riduce il rischio di multimorbilità. I dati riguardano oltre 400.000 uomini e donne di età compresa tra i 37 e i 70 anni in sei Paesi europei: coloro che seguivano una dieta a base vegetale avevano un rischio inferiore del 32% di sviluppare multimorbilità rispetto a coloro che ne seguivano una in misura minore.
Il cibo non è solo nutrimento: è politica, potere, giustizia.
Oggi il sistema alimentare globale è una macchina che consuma risorse, produce disuguaglianze e scarica il costo sociale ed ecologico sulle spalle delle persone più marginalizzate. Tra queste, in modo sistemico, ci sono le donne e le soggettività femminilizzate che sono protagoniste invisibili della produzione agricola, spesso relegate a ruoli precari, sottopagate, escluse dai processi decisionali e colpite più duramente dagli impatti della crisi climatica.
Non si può parlare di transizione ecologica senza affrontare le ingiustizie di genere che attraversano il cibo, dalla terra alla tavola. Né si può ridurre il cambiamento a una somma di scelte individuali “virtuose”, quando il sistema continua a premiare chi distrugge e punire chi cura.
Trasformare il sistema alimentare è un atto radicale di giustizia sociale, climatica e di genere, ed è una condizione imprescindibile per garantire un futuro vivibile per tutte e tutti.

Immagini EAT-Lancet Commission
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