Proteine e corpi normati

Da nutriente essenziale a feticcio culturale, le proteine hanno smesso di essere solo cibo.
Tra performance, controllo e ideali di genere, l’iperproteico diventa un linguaggio morale che disciplina i corpi.
Sebbene rappresentino uno dei componenti macromolecolari fondamentali del nostro organismo e del cibo di cui ci nutriamo – “siamo ciò che mangiamo” – le proteine hanno assunto, nel discorso pubblico contemporaneo, un ruolo sproporzionato, caricandosi di significati che vanno ben oltre la loro funzione biologica. Prima che il chimico von Liebig iniziasse a studiare le macromolecole dal punto di vista biochimico, contribuendo alla nascita di quella che verrà chiamata “nutrizione scientifica”, le proteine erano sempre state considerate come semplici componenti del cibo. È dalla prima metà dell’Ottocento, a seguito della prima rivoluzione industriale, che le proteine hanno cominciato a essere associate alla forza, alla crescita e alla produttività: il corpo efficiente dell’operaio, del soldato, dell’uomo “forte” era un corpo ben nutrito, e la carne ne diventava il simbolo. Nel secolo successivo, soprattutto nel secondo dopoguerra, le proteine iniziarono ad assumere un valore morale: mangiarne a sufficienza significava progresso, benessere, modernità.
Negli ultimi decenni, in una società sempre più concentrata sull’immagine, sulle performance e sul benessere, le proteine escono dal loro ruolo puramente nutrizionale per diventare un vero e proprio feticcio culturale. Diete iperproteiche, prodotti arricchiti di proteine, barrette, yogurt, snack e bevande costruiscono un immaginario in cui le proteine non solo nutrono, ma promettono controllo, magrezza, energia, performance e longevità, trasformandosi in strumenti per modellare il corpo secondo ideali culturali e sociali.
Il successo del cibo iperproteico non è casuale. La società richiede corpi performanti ed efficienti, e per esserlo occorre disciplina e controllo. Nella narrazione dominante, le proteine aiutano a “tenere a bada” la fame, ridurre il grasso corporeo e scolpire muscoli e identità. Mangiare proteine diventa quindi una strategia di autodisciplina.
Questa logica si inserisce perfettamente nella cultura neoliberista del corpo, in cui l’individuo è imprenditore di se stesso, responsabile dei propri successi e fallimenti. Quando il corpo non corrisponde ai modelli dominanti, il cibo iperproteico promette soluzioni rapide, misurabili e apparentemente scientifiche. Non sorprende che il linguaggio del fitness e della nutrizione iperproteica sia intriso di termini come controllo, definizione, massa magra e pulizia.
La “società delle proteine” non è neutra dal punto di vista del genere. Storicamente le proteine sono state associate alla virilità, alla forza e alla potenza. Ancora oggi, molti prodotti iperproteici parlano a un immaginario maschile, muscolare e competitivo. Alle donne – e ai corpi femminilizzati – viene invece chiesto un equilibrio impossibile: essere magre ma toniche, contenute ma performanti, controllate ma mai troppo visibilmente muscolose. Le proteine vengono in soccorso con la promessa di aiutare a raggiungere questo equilibrio, assumendo così una doppia valenza: da una parte la costruzione di un corpo conforme e dall’altra il mantenimento dei confini di ciò che è socialmente accettabile.
Il cibo iperproteico, onnipresente sugli scaffali dei supermercati, contribuisce a definire quali corpi siano desiderabili e quali no, rafforzando norme di genere, razziali, abiliste e di classe: i prodotti addizionati di proteine possono costare anche il 60% in più, e spesso l’incremento non corrisponde a un reale aumento del valore nutrizionale, ma diventa un lasciapassare per prezzi più alti da parte di produttori e fornitori.
Non si tratta quindi solo di mangiare proteine, ma delle conseguenze di un’adesione totalizzante a modelli corporei. Quando ogni pasto viene valutato in base ai grammi di proteine, quando il senso di colpa accompagna ogni deviazione e il piacere viene sacrificato sull’altare della performance, le proteine smettono di essere nutrimento. Diventano strumenti di controllo, incarnando pressioni culturali e sociali che trasformano l’alimentazione in disciplina e conformità.
In questo contesto, il confine tra stile di vita sano e disturbi alimentari si fa sempre più sottile. L’ossessione per il cibo “giusto”, i macronutrienti o la purezza dell’alimentazione può trasformarsi in ortoressia o altre forme di sofferenza alimentare spesso invisibili perché socialmente legittimate. La cultura iperproteica, sostenuta da marketing, influencer e discorsi pseudo-scientifici, normalizza pratiche restrittive presentandole come scelte razionali, lodando la forza di volontà e ignorando il disagio psicologico.
Il problema non risiede nelle proteine in sé, ma nell’ideologia iperproteica che le accompagna e nel sistema di valori che le trasforma in criterio morale. La nutrizione va riconosciuta come un processo complesso e restituita al suo valore umano: il cibo è relazione, storia, piacere, cura. Ridurlo a semplice macronutriente impoverisce l’esperienza e rende invisibili le disuguaglianze che attraversano i corpi.
La salute non coincide con la conformità, il benessere non è misurabile in grammi, e i corpi non sono progetti da ottimizzare, ma vite da abitare. Smontare la retorica iperproteica è un atto politico necessario per affermare che la cura dei corpi passa attraverso l’autenticità dell’esperienza, e non attraverso la conformità a modelli estetici o performativi imposti.
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