Il corpo trumpiano

Sotto la facciata salutista di ‘Eat Real Food’, la piramide americana promuove carne e latticini come misura di autenticità e potere maschile.
“Eat Real Food”, ovvero “mangia cibo vero”. Con questo slogan l’amministrazione Trump ha riscritto le linee guida alimentari statunitensi segnando una revisione profonda delle raccomandazioni nutrizionali federali. Il documento costituisce la base per i programmi alimentari 2025-2030 degli Stati Uniti e si inserisce nell’agenda “Make America Healthy Again” promossa dal segretario alla salute Robert F. Kennedy Jr. la cui credibilità in materia di salute pubblica è segnata da anni di militanza nel mondo no-vax.
Dietro la facciata ingannevole di una presunta svolta salutista — che, riducendo zuccheri e cibi ultraprocessati, si presenta come tardiva e ipocrita reazione agli errori del passato — il senatore Kennedy Jr. promuove una piramide alimentare “rovesciata”. In questo modello, i cibi da consumare quotidianamente sono soprattutto quelli ricchi di proteine animali, con carne e latticini previsti in tutti e tre i pasti principali, mentre i cereali integrali vengono relegati al vertice della piramide, e quindi marginalizzati.

Si tratta, di fatto, dell’esatto opposto della dieta mediterranea e delle principali linee guida internazionali per un’alimentazione sana e sostenibile, come la Planetary Health Diet della Commissione EAT-Lancet o i più recenti LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana). Questi modelli raccomandano un apporto proteico compreso tra 0,8 e 0,9 g per chilogrammo di peso corporeo, mentre la nuova piramide alimentare statunitense lo innalza fino a 1,2–1,6 g/kg. In sostanza, si tratta di una dieta iperproteica che la letteratura scientifica e i principali comitati internazionali considerano, da tempo, inutile se non potenzialmente dannosa, fatta eccezione per contesti clinici o fisiologici specifici.
La grande contraddizione delle nuove linee guida americane sta nel fatto che, se da un lato si continua a ribadire l’importanza di frutta e verdura, dall’altro si ignora che una dieta iperproteica fondata sulle cosiddette proteine “nobili” di origine animale, non solo non ha alcun valore preventivo, ma aumenta il rischio di sviluppare malattie croniche — soprattutto nelle fasce d’età più giovani, proprio quelle in cui l’attenzione a un’alimentazione sana dovrebbe essere massima. A ciò va aggiunto che questo modello alimentare è quasi sempre disgiunto da un adeguato consumo di verdure, il cui apporto risulta sistematicamente insufficiente e spesso svalutato, considerato pressoché inutile. Non di rado, soprattutto in chi ricerca nel consumo di alimenti animali una conferma simbolica di virilità, le verdure vengono relegate a un ruolo marginale e culturalmente associate al genere femminile.
Nella realtà, la piramide alimentare statunitense sembra rispondere non tanto a obiettivi di salute pubblica quanto a precise istanze socio-culturali e politiche dell’amministrazione Trump. Essa “incoraggia” il consumatore – soprattutto quello maschile – ad aumentare l’apporto di proteine animali, funzionali alla costruzione muscolare e al miglioramento della performance fisica. Questa enfasi rivela una concezione del corpo fondata su forza, competizione e dominio, che rispecchia una logica maschilista e aggressiva, coerente con l’immaginario imperialista e neo-coloniale promosso dal governo.
La centralità delle proteine animali nel modello nutrizionale americano riattiva infatti una lunga genealogia simbolica in cui carne, latte e derivati incarnano ideali di forza, virilità, potenza nazionale e supremazia bianca. Come ha mostrato Carol J. Adams nel suo ormai classico Carne da macello. La politica sessuale della carne, il consumo di carne non è mai un gesto neutro, ma è un dispositivo culturale attraverso cui si costruiscono gerarchie tra corpi, specie e soggettività. La carne funziona come tecnologia di maschilizzazione del corpo, mentre il vegetale viene sistematicamente femminilizzato, reso marginale o associato a debolezza, privazione e fallimento.
Lo slogan “Eat Real Food” non fa che mascherare la logica simbolica che associa autenticità e forza al cibo animale, relegando il vegetale nel campo dell’insufficiente, del sospetto ideologico, dell’esclusività morale. In questo senso, l’appello al “cibo vero” funziona come macchina di esclusione, distinguendo corpi legittimi e illegittimi, forme di vita degne di nutrimento e altre deputate a essere carenti.
La promozione massiccia di proteine diventa allora una vera e propria biopolitica: attraverso il lessico della salute e della naturalità, lo Stato prescrive quali corpi devono essere prodotti — forti, performanti, dominanti, “veri”. È una forma di violenza istituzionale silenziosa ma pervasiva, che delegittima le pratiche alimentari vegetali, ignora le evidenze ecologiche e riafferma una maschilità normativa — fondata su controllo, rifiuto del limite e della relazione.
In altre parole: l’America di Trump, una nazione forte, virile, indiscussa dove la dieta – intesa come stile di vita e non solo come regime alimentare – si rivela un’arma di potere, un meccanismo tutt’altro che neutro, capace di veicolare gerarchie, dominio e maschilità.
Lascia un commento