Cibo spazzatura, allergie e impatto di genere

Le allergie alimentari sono in costante incremento, colpiscono sia maschi che femmine, ma dopo la maturità sessuale prevalgono le pazienti di sesso femminile. Il cibo spazzatura, alterando il microbiota intestinale, influenza lo sviluppo e le funzioni del nostro sistema immunitario
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Le allergie alimentari, soprattutto nei Paesi Occidentali, sono in costante aumento: colpiscono in maniera più decisa durante l’infanzia e meno in età adulta, ma quando permangono negli anni sono le più severe perché il sistema immunitario, una volta raggiunta la piena maturazione, spesso acquisisce spontaneamente la tolleranza verso gli alimenti che inizialmente provocavano una reazione allergica.
Le reazioni avverse agli alimenti colpiscono sia i maschi che le femmine. Ciò nonostante, a partire dalla maturità sessuale, nello sviluppo delle patologie associate [intolleranze e allergie] si osserva uno squilibrio che va nella direzione della prevalenza di pazienti di sesso femminile, il che fa pensare a un effetto negativo diretto degli ormoni sessuali femminili sulle malattie allergiche. Il fenomeno è ancora poco studiato, tuttavia è noto che gli estrogeni sono un potenziatore naturale delle risposte immunitarie e promuovono l’autoimmunità – ricordiamo che 4 pazienti su 5 con malattie autoimmuni sono donne. Gli androgeni e il testosterone, al contrario, hanno un effetto immunosoppressivo e potrebbero quindi agire contro la sensibilizzazione. Ciò che è stata confermata è la fluttuazione dell’intensità delle malattie allergiche [non solo alimentari, ma anche asma ed eczema] in relazione all’assunzione di contraccettivi orali, alla terapia ormonale sostitutiva, alla gravidanza e alle fasi del ciclo mestruale [tra il dodicesimo e il sedicesimo giorno del ciclo] in cui le donne risultano essere più sensibili all’istamina. Gli estrogeni hanno inoltre effetto sulla maggior permeabilità delle mucose femminili e ciò potrebbe determinare l’assunzione di una quantità maggiore di un alimento che provoca l’allergia. Se le differenze di genere in allergologia sono ancora poco studiate, nulla esiste su questo argomento che riguardi le persone transgender sebbene sia noto che allergie e asma sono tra gli effetti collaterali delle terapie ormonali assunte nel percorso di transizione.
Oltre alla predisposizione genetica e alle differenze biologiche legate al genere, anche i fattori culturali e ambientali possono influenzare il tasso di sensibilizzazione e di conseguenza la prevalenza delle allergie. Sappiamo che uomini e donne scelgono alimenti diversi esponendosi quindi in maniera diversa agli allergeni alimentari. Sappiamo anche che maschi e femmine hanno un approccio diverso alle malattie, queste ultime più attente ai sintomi e più propense a sottoporsi a indagini diagnostiche per ricercarne la causa, determinando una disparità numerica che non sempre corrisponde alle percentuali di soggetti colpiti dalle patologie.
Una ricerca condotta su bambini e bambine in Campania e pubblicata sul Journal of Allergy and Clinical Immunology mette in evidenza che nella sola regione la prevalenza delle allergie alimentari in età pediatrica è aumentata oltre il 40% nell’ultimo decennio ed è triplicata nei bambini con meno di tre anni. Nello stesso periodo il numero di bambini e bambine che ha richiesto un accesso in pronto soccorso per gravi reazioni allergiche è aumentato del 500%. Dal confronto tra bambini con allergie alimentari e bambini sani è emerso che nei primi il consumo di cibi ultra-processati era quasi doppio. Il frequente ricorso al junk food, il cosiddetto cibo spazzatura, potrebbe essere responsabile degli “Age” [prodotti di glicazione avanzata], ovvero di composti che si formano da una reazione tra zucchero e una proteina in grado di determinare un processo di ossidazione e di fungere da innesco della risposta immunitaria alla base di tutte le allergie alimentari. La presenza di Age è maggiore nei dolci, negli alimenti di origine industriale, nei prodotti da forno e fritti e possono svilupparsi a seguito di cotture a temperature elevate, quali grigliate o fritture. Uno studio recente condotto negli Stati Uniti – ma tutto ci fa pensare che la tendenza sia in forte crescita anche in Italia – indica che il 67% delle calorie della dieta di un bambino proviene da alimenti ultra-processati il cui consumo altera in maniera negativa il microbiota intestinale, ovvero quei miliardi di batteri che sono in grado fin dalle prime fasi della vita di influenzare lo sviluppo e le funzioni del nostro sistema immunitario.
Se il quadro che ci viene fornito dagli studi epidemiologici è questo, non sarà che l’incremento esponenziale delle allergie e delle intolleranze alimentari ci sta dicendo che, prima ancora che agli alimenti, siamo allergici e intolleranti al modello di sviluppo neoliberista che risponde sempre e solo alla logica di massimizzare il profitto con il minimo costo? Il cibo ultra-processato, che i nostri nonni e bisnonni non avrebbero riconosciuto come tale, è super appetibile, facile da consumare, immediatamente disponibile, costa poco, ma lo paghiamo a caro prezzo con la nostra stessa salute. Che fare? Innanzitutto occorre mettere in atto strategie di prevenzione che riducano drasticamente il consumo di alimenti industriali e favorire il consumo di alimenti freschi ricchi di frutta, verdura e legumi. Ma, soprattutto, serve una rivoluzione di pensiero che metta in discussione lo stile di vita della società dei consumi e che sposti il parametro del nostro benessere dal livello di produzione al livello di salute: lo sviluppo non è una necessità, la crescita infinita in un mondo finito è impossibile, anche quando è green. Ce lo stanno dicendo i nostri bambini e le nostre bambine.
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